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Nel cuore di Roma, a due passi da San Giovanni in Laterano, sorge la basilica di Santa Croce in Gerusalemme, voluta da sant'Elena, madre dell'imperatore Costantino.

La basilica della Croce

Elisabetta Mancini
7 aprile 2008
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La basilica della Croce
La facciata della basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. (foto G. Caffulli)

La basilica delle donne. Santa Croce in Gerusalemme è anche questo: una chiesa storica nel cuore di Roma, a pochi passi da San Giovanni in Laterano, meta di molti pellegrini in un ideale scambio con i fedeli che si recano in visita in Terra Santa. Ad evidenziare questa particolarità della basilica, retta fin dal 1561 dai monaci Cistercensi, è padre Luca Zecchetto, il priore di Santa Croce in Gerusalemme, che ci ha accompagnato in un viaggio tra il passato e il presente del complesso risalente alla prima metà del IV secolo, sicuramente la più antica chiesa devozionale della capitale.

La basilica è il custode geloso delle reliquie della Passione del Signore. Eretta per volere di Costantino, venne fatta costruire dall’imperatore per custodirvi le reliquie che sua madre, Sant’Elena, aveva raccolto nel corso di un pellegrinaggio in Terra Santa. Un tesoro per la cristianità, costituito da alcune parti della Croce di Cristo, dal Titulus Crucis ovvero la tavoletta di legno che riportava l’imputazione formulata da Pilato nei confronti di Gesù in ebraico, greco e latino, da una parte della corona di spine e da un chiodo della Croce.

Una testimonianza della Passione di Cristo custodita nella basilica, all’interno della Cappella delle reliquie, voluta dall’imperatrice Elena. La madre di Costantino è una delle donne di cui ci parla padre Luca: «La cappella delle reliquie è legata a cinque sante: sant’Elena che portò le reliquie dalla Terra Santa a Roma, spostando verso la capitale dell’impero l’asse della cristianità. Santa Brigida, che qui teneva le catechesi sulla passione e che portò la falange di san Tommaso presa ad Ortona. E poi c’è santa Teresa di Bambin Gesù, che giunse nella basilica quando aveva tredici anni per chiedere la grazia di entrare al Carmelo. Toccò il chiodo della Croce e in Storia di un’anima descrive questa esperienza in Santa Croce in Gerusalemme».

Anche Madre Teresa di Calcutta è legata a questa basilica. «Venne qui un anno prima del suo ritorno al Padre e volle abbracciare la croce. La sua – precisa padre Luca – fu una visita privata». La serva di Dio Antonietta Meo, detta «Nennolina», è la più giovane delle donne della basilica. Nata a Roma il 15 dicembre del 1930, morì a sei anni e mezzo dopo una lunga via crucis negli ospedali. «Lei è sepolta qui, ai piedi della Croce alla quale era legatissima». Donne di epoche ed età diverse, ma tutte legate alla Passione del Signore: «Questo aspetto è significativo. La spiritualità della Croce è delle donne, a partire da Maria e dalla Maddalena. È per questo motivo che credo che questa basilica rappresenti lo stare ai piedi di Cristo, sotto la Croce, stare ai piedi dell’umanità sofferente».

La Passione e i momenti che ricordano gli ultimi istanti della vita di Gesù sono gli stessi che ancora oggi portano i fedeli a Santa Croce. «Un gran numero di pellegrini – ci spiega padre Luca –  vengono dall’Est Europa e dalla Spagna, luoghi dove c’è particolare devozione alla Croce. La cristianità italiana deve riscoprire il senso e il significato e delle reliquie. La storia della fede nel nostro Paese si è prevalentemente sviluppata intorno alle figure dei santi. Bisognerebbe tornare alla centralità del Cristo e, dunque, della Croce».

Il richiamo delle reliquie non è l’unico elemento di interesse del complesso. «È un luogo per fedeli e credenti ma – dice il nostro interlocutore – è indubbiamente anche un luogo che custodisce interessanti attrazioni per i turisti. Santa Croce in Gerusalemme mostra infatti molte altre peculiarità importanti dal punto di vista storico, soprattutto se si considera il recupero dell’Anfiteatro Castrense. Custodiamo l’Imago Pietatis che ci è richiesta dai musei di molti Paesi. Si tratta di una delle prime immagini del Cristo patiens proveniente da Costantinopoli. Al Metropolitan Museum di New York è stata ammirata da 300 mila visitatori al giorno. Altro aspetto di rilievo storico è che il Complesso di Santa Croce – centrale anche nella vita sociale dell’antica Roma – costituisce un "palinsesto" interessante poiché mostra stili architettonici che partono da prima di Cristo per giungere ai giorni nostri, con la Cappella della Croce completata nel 1950. Un’evoluzione che mostra molti stili e li contiene un po’ tutti. Non bisogna poi dimenticare il fonte battesimale che la cattedra di Archeologia cristiana dell’Università di Roma La Sapienza sta riportando alla luce. È la dimostrazione, essendo tra i fonti battesimali più antichi, che Santa Croce fu un luogo di culto fin dall’inizio, non un luogo di culto privato dell’imperatrice Elena».

Un’area che serba continue meraviglie per gli stessi monaci cistercensi. «Santa Croce in Gerusalemme – rivela padre Luca – è custode dei resti del martire dei martiri ed è luogo di riconciliazione, di dialogo e di riscoperta di una fede che passa attraverso il crocifisso e arriva alla risurrezione. La nostra stessa comunità è chiamata ogni giorno a scoprire questo luogo e sta vivendo anche un momento particolare di vocazioni da ogni parte del mondo. Per noi significa aprirsi, dialogare, accogliere le altre culture che fino ad oggi nella comunità romana non erano presenti. Stiamo curando vocazioni giovani che hanno sentito il bisogno di venir qui, dove c’è la croce».

Ma lo sguardo dei cistercensi da Roma è rivolto a Gerusalemme: «Il nostro rapporto con la Terra Santa è profondo ma da intensificare e da approfondire nella sua vocazione. Non bisogna dimenticare che nel periodo in cui la Terra Santa è stata chiusa, la nostra basilica ha rappresentato la "Jerusalem", il luogo del pellegrinaggio. C’è qualcosa che ci lega in profondità ai Luoghi Santi che forse è ancora da scoprire. Nella preghiera ci sentiamo profondamente uniti e siamo gemellati col Santo Sepolcro, ma possiamo fare ancora molto per i nostri contatti. È nostro vivo desiderio poter andare a Gerusalemme, io stesso vi sono  stato alcune volte e vorrei potervi tornare. Il coro della nostra basilica,  che si chiama Le Matite Colorate, ha dedicato un canto, Svegliati Francesco, alla terra di Cristo, con uno speciale pensiero: il desiderio che Gerusalemme sia terra e luogo di pace».

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