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Una nuova norma approvata dal Parlamento consente di indossare il turban nelle Università

Turchia, l’inganno del velo

Mavi Zambak
19 marzo 2008
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Turchia, l’inganno del velo
Manifestanti in favore del velo islamico davanti all'Università di Istanbul.

Era il 1982 quando, dopo il colpo di Stato, i militari nella nuova Costituzione da loro redatta sancirono il divieto alle donne velate di entrare nelle università turche. La norma fu emanata in conseguenza dell’aumentata pretesa delle nuove generazioni di tornare alle tradizioni religiose del Paese, soppresse dal laicismo imposto dal fondatore della repubblica turca Mustafa Kemal Ataturk.

In realtà Ataturk, nel 1923, decise che il copricapo maschile, il fez, e gli abiti di foggia orientale erano incompatibili con le aspirazioni europeiste di modernizzazione della nuova repubblica. Ma non sancì alcun provvedimento contro il velo e altri accessori della tradizione femminile. Tanto è vero che la moglie di Ataturk, nelle foto, compare spesso con un lungo vestito nero che lascia intravedere solo il volto.

La neo-Turchia promosse in seguito una nuova immagine della donna moderna, che in abiti e acconciature occidentali ha una vita sociale attiva, partecipa a gare sportive, a concorsi di bellezza, a balli e dibattiti. L’immagine della donna islamica dell’epoca ottomana fu segregata silenziosamente nel privato.

Fu nel 1964 che iniziò il primo «scandalo del velo»: la sorella maggiore dell’attuale ministro degli esteri Ali Babacan tentò di entrare all’Università di Ankara con il capo coperto. L’espulsione fu immediata. Negli anni Settanta le studentesse universitarie incominciarono a invadere strade e aule con foulard colorati che coprivano testa e collo, come desiderio di manifestare il proprio credo religioso.

Tutto fu sedato bruscamente dalle forze militari, fedeli paladine della laicità di Ataturk. Da allora ci furono ripetuti tentativi dei partiti conservatori di ammorbidire o cancellare il divieto militare, senza mai riuscirvi. Solo tre erano le alternative: togliersi il velo, indossare una parrucca o rinunciare all’università.

A ventisei anni dal provvedimento voluto dai generali, il Parlamento turco, con 403 i voti favorevoli e 107 contrari,  ha approvato il 9 febbraio di quest’anno la riforma che permetterà alle ragazze di entrare in università con il turban.

Fin dalla prima campagna elettorale del 2002 il premier Tayyip Erdogan ha fatto dell’abrogazione di questo divieto una delle sue priorità e ora, forte di un solido appoggio popolare e parlamentare, in accordo con il presidente della repubblica e il capo del partito dei nazionalisti, il primo ministro ha riproposto con scaltrezza la sua nuova bozza di legge, aggrappandosi ai diritti umani di ciascuno, alla libertà di espressione e all’istruzione.

Questa modifica è presentata come un modo per salvaguardare i diritti umani di quella grande fetta di popolazione che, per l’impossibilità a coprirsi il capo, non frequenta gli studi universitari. Ma questo è l’equivoco.

Pare che siano ben poche le ragazze velate che non accedono all’università a causa del capo coperto. Secondo  un’indagine fatta dal quotidiano nazionale Hurriyet, infatti, solo l’1 per cento non procede negli studi per via del velo. Il 30 per cento non supera l’esame di ammissione; il 14,6  per cento ha superato l’esame, ma poi si è sposato e ha lasciato gli studi; il 14 non ha nemmeno tentato l’esame ed è andato subito a lavorare; al 9.8 per cento non piace studiare. Ultima, ma estremamente importante motivazione: il 10.5 per cento non ha ottenuto il permesso dalla famiglia per continuare gli studi superiori.

In gioco, dunque, c’è qualcosa di più dell’accesso all’istruzione: il semplice fazzoletto, colorato o meno, indossato – secondo alcune improbabili statistiche – dall’80 per cento delle donne turche è divenuto un simbolo strumentalizzato per ben altri scopi.

Ormai l’emendamento è passato. L’approvazione definitiva spettava al presidente della Repubblica Gul, e anche lui dopo 11 giorni di attesa ha pronunciato il suo sì e ha firmato.

Tutti hanno detto la loro sul «velo in università» suscitando grandi discordie a tutti i livelli, solo i militari che lo scorso aprile lanciarono un duro avvertimento contro qualsiasi tentativo di islamizzare la società e le stesse istituzioni nazionali ed  erano persino arrivati a minacciare un nuovo colpo di Stato, si sono astenuti da qualunque commento. Ora hanno dato il loro tacito benestare, conquistandosi in cambio il permesso di entrare in Iraq. «Un sì strappato con il prezzo di una guerra. Gioco sporco che la dice lunga sugli intrighi ancora profondi tra governo e forze armate», è il commento amaro di diverse testate laiche turche. «Se davvero il problema fosse solo una questione di libertà di abbigliamento, noi siamo le prime a sostenere le nostre coetanee – dichiarano molte studentesse universitarie -. Ma la nostra paura è che ormai questa sia divenuta una questione politica e religiosa con ben altri interessi sottostanti. E allora non accettiamo che i maschi strumentalizzino la libertà di nostre amiche per altri scopi nazionalisti e fondamentalisti, o ancora peggio, come merce di scambio».

Il Partito repubblicano del popolo (Chp) ha annunciato il ricorso alla Corte costituzionale, accusando il governo Erdogan di avere un piano per introdurre l’uso libero del turban ovunque in breve tempo, e quindi per islamizzare il Paese.

É sempre più evidente che in Turchia in gioco è il modo di intendere la libertà, la democrazia, la laicità, la religione, il privato e il pubblico.

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