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Lettera a Ragheed martire in Iraq

Paolo Branca
10 settembre 2007
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Spesso, riguardo agli sforzi che si compiono per il dialogo tra cristiani e musulmani, qualcuno fa notare (non sempre senza ragione) che si tratta più di un monologo che di un vero «discorso a due» e che mancano indispensabili requisiti di reciprocità. Anche l’incontro tra Gesù e Natanaele cominciò con un pregiudizio: «Da Nazaret può forse venire qualcosa di buono?». Un atteggiamento che il Messia accolse invece come espressione di una schietta personalità: «Ecco un israelita in cui davvero non c’è inganno!», portando la situazione a ribaltarsi in un batter d’occhio.

Nel rapporto interpersonale avvengono ogni giorno prodigi che non riescono ad approdare sui media, superando muri apparentemente insormontabili e trovando addirittura nella tragedia occasione per esplicitarsi. È accaduto a Roma, il 4 giugno scorso, quando Adnan Makrani – docente musulmano dell’Università Gregoriana – ha scritto una lettera all’amico Ragheed, sacerdote iracheno già suo compagno di studi, ucciso in un agguato nel Paese natio: «Ti chiedo perdono, fratello mio, di non essere stato al tuo fianco quando i criminali hanno aperto il fuoco su te e i tuoi fratelli, ma le pallottole che hanno attraversato il tuo corpo puro e innocente hanno attraversato anche a me il cuore e l’anima». I segni distintivi della carità si erano manifestati, quando «alla mensa dell’Università, nel periodo in cui l’Iraq era sotto embargo, mi avevi detto che il prezzo di un solo cappuccino avrebbe potuto soddisfare i bisogni di una famiglia irachena per un giorno intero», per evolversi fino alle estreme conseguenze. «Ed eccoti di ritorno in Iraq, non solamente per condividere con le persone il loro carico di sofferenza, ma anche per mescolare il tuo sangue a quello di migliaia di iracheni che muoiono ogni giorno». Non una generica generosità, ma il compimento di una vocazione: «Non potrò dimenticare il giorno della tua ordinazione all’Urbaniana. Con le lacrime agli occhi, mi avevi detto: "Oggi sono morto per me stesso", una frase molto dura. Al momento, non l’avevo ben compresa, o forse non l’avevo presa sul serio come avrei dovuto. Ma oggi, con il tuo martirio, l’ho compresa». A immagine della passione di Gesù «tu sei morto nella tua anima e nel tuo corpo per risuscitare nel tuo beneamato e tuo maestro, e perché il Cristo risusciti in te, malgrado le sofferenze e le tristezze, malgrado il caos e la demenza».

Sì, Ragheed e Adnan hanno saputo dialogare e dalla loro amicizia nasce il grido del sopravvissuto che, ancora una volta, dà voce al sangue di Abele versato da Caino: «Nel nome di quale Dio della morte ti hanno ucciso? In nome di quale paganesimo ti hanno crocifisso? Noi non ti domandiamo, O Dio, vendetta o rivincita, ma vittoria. Vittoria del giusto sul falso, della vita sulla morte, dell’innocenza sulla perfidia, del sangue sulla spada. Il tuo sangue non sarà vano, caro Ragheed, perché ha santificato la terra del tuo Paese. Perdonami, fratello mio, ma quando i vivi si incontrano credono di avere tutto il tempo per conversare, per rendersi visita e dirsi i loro sentimenti e pensieri. Mi avevi invitato in Iraq, lo sogno sempre, per visitare casa tua, i tuoi genitori, vedere il tuo ufficio. Non avrei mai immaginato che sarebbe stata la tua la tomba che visiterò un giorno o dei versetti del mio Corano che reciterò per il riposo della tua anima. Fratello, il tuo sangue non è stato versato invano e l’altare della tua chiesa non era una mascherata. Avevi preso il tuo compito sul serio, fino alla fine, con un sorriso che nulla potrà spegnere mai».

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