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Nel deserto di Giuda l'antico monastero fondato da san Caritone nel IV secolo. Il luogo, a lungo abbandonato, è una delle memorie cristiane più antiche nella Terra Santa.

Rivive la laura di Ain Farah

Rosario Pierri
30 luglio 2007
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Rivive la laura di Ain Farah
Scorcio della rupe di Ain Farah con le cellette dei monaci ricavate nella roccia. (foto C. Pappalardo)

Filoteo ci accoglie con un sorriso e ci spiega l’origine di questo luogo, che appartiene alla Chiesa ortodossa russa e che i monaci hanno abitato fin dal IV secolo. Di origine rumena, Filoteo è un cordiale e simpatico monaco. Con altri tre confratelli ha fatto rivivere la piccola laura di Ain Farah nel deserto di Giuda. Il piccolo monastero e il giardino annesso sono recintati e si trovano all’interno di un’area che le autorità israeliane hanno dichiarato parco naturale. Sul colle su cui si abbarbica, negli ultimi anni si è sviluppato un insediamento ebraico che ha ripreso il nome del villaggio nativo del profeta Geremia, Anatoth.

Al monastero ci siamo andati su invito di Filoteo che vuole mostrare a padre Michele Piccirillo, archeologo dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, alcuni resti di mosaici sopravvissuti alla rovina. I monaci hanno l’intenzione di erigere la chiesa sullo stesso perimetro di quella precedente e Filoteo ci fa vedere il luogo dove sorgeva. Doveva essere connessa a quella che è mostrata come la tomba del fondatore che qui volle morire

Salendo una stretta e ripida scala in ferro, attraverso un’apertura arriviamo all’entrata della grotta di san Caritone, che qui visse. L’ambiente è abbastanza ampio per contenere anche una piccola iconostasi. Sulle pareti non mancano diverse icone.

Filoteo ci mostra con una certa preoccupazione il soffitto annerito da una specie di muffa. I monaci l’attribuiscono a infiltrazioni d’acqua che, per forza di cose, sono recenti, altrimenti la grotta non si sarebbe conservata nelle ancora buone condizioni in cui si trova.

La causa del fastidioso fenomeno risiede probabilmente nelle infiltrazioni d’acqua dovute all’annaffiatura dei giardini del sovrastante insediamento ebraico di Anatoth. Saranno necessari lavori che garantiscano la conservazione della grotta.

Poco prima delle cinque, orario di chiusura del parco, ritorniamo all’auto. I custodi rimbrottano alcuni giovani che si erano attardati a bagnarsi nell’abbondante acqua della sorgente. Filoteo, che gentilmente ci ha accompagnati, ci saluta invitandoci a ritornare.

Il monastero di Ain Farah è al di fuori dei consueti itinerari turistici e dei pellegrinaggi. La laura non è famosa come quella di san Saba, vicino a Betlemme, ma merita una visita. Come riferisce la cronaca del nostro istituto, generazioni di docenti e studenti dello Studium Biblicum Franciscanum l’hanno visitata recandovisi a piedi da Gerusalemme. Altri tempi!

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