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Tutto il mondo conosce la Petra dei Nabatei, meta giordana tra le più ambite dal turismo. Ma i più ignorano che esiste anche una seconda, importante Petra bizantina, testimone della diffusione del Vangelo nei primi secoli cristiani

Petra cristiana

padre Michele Piccirillo
8 maggio 2007
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Petra cristiana
Petra (Giordania). Mosaici sul pavimento di una chiesa bizantina. (foto S. Lee)

Questa è la storia di un lavoro iniziato con una tragedia e terminato con risultati che sono andati molto al di là delle più ottimistiche aspettative. Kenneth W. Russell, archeologo americano, da anni lavorava a Petra sui monumenti di epoca nabatea-romana. Era convinto, e cercava di convincere anche me, che la pensavo in modo diametralmente opposto, che dagli scavi non ci si dovessero aspettare le grandi novità per l’epoca bizantina che –  per esempio – noi archeologici dello Studium Biblicum di Gerusalemme avevamo riportato alla luce a Madaba, e i nostri predecessori inglesi e americani a Gerasa della Decapoli. La fine della città bizantina, metropoli della Provincia di Palestina Tertia,  doveva essere posta esattamente nel 551, anno di un devastante terremoto che aveva messo in ginocchio la regione e la città. Ricordo quando, sulla scia di quelle discussioni amichevoli, mi portò uno degli ultimi articoli che aveva scritto dedicato alla raccolta dei terremoti che, secondo le fonti, avevano colpito la regione mediorientale.

Ed io che, forse un po’ troppo ottimisticamente, vedo i terremoti come la potatura che dà nuova vita a un albero, a cercare di convincerlo del contrario: a dare credito alle fonti dell’epoca non potevamo certo immaginare la capitale della provincia come un semplice villaggio di poche case sparse tra le rovine, con l’arcivescovo ridotto a un prete di campagna o a un monaco nella sua cella. Petra bizantina doveva esistere.

Ripetevo i miei argomenti, che erano noti anche a lui. Nel commentario al Salmo 60 riferito al Messia nuovo Davide, Eusebio di Cesarea già all’inizio del IV secolo afferma che la realizzazione di quella promessa poteva essere constatata da chiunque si recava in Transgiordania nella terra degli Ammoniti, dei Moabiti  e degli Idumei dove   c’erano molti convertiti tanto da riempire le chiese di Dio. E nel commentario a un testo di Isaia Profeta 42, 11( «Che alzino la voce il deserto e le sue città, i villaggi dove abitano quelli di Qedar; che gli abitanti  di Petra mandino grida…») il vescovo scrive: «Qedar si trova sul limite del deserto, nell’Arabia ulteriore, e si dice che l’abiti il popolo dei Saraceni. Con questo termine si intendono tutti gli abitanti del deserto e dei limiti della terra… Petra infatti è una città della Palestina, piena di uomini superstiziosi, immersi nell’errore diabolico, i cui abitanti, e lo si dice per due volte, saranno uniti alla grazia. Che gioiscano quelli che abitano a Petra! La verità di ciò che è detto è dimostrata dal corso stesso degli eventi, quando le chiese di Cristo sono state fondate alla nostra epoca nella città stessa di Petra, e nel suo territorio. Ma Qedar significa anche le tenebre, a causa di quelli che, usciti dalle tenebre, sono stati trasportati alla luce annunciata ai popoli. Si dice anche che la stessa gioia si imposseserà di quelli che abitano Petra: la pietra di fatto è Cristo». Un’affermazione ispirata che trova conferma nei fatti.

Contemporaneo di Eusebio è il primo vescovo della città, di nome Asterio, che sant’Atanasio vescovo di Alessandria fece suo rappresentante durante la polemica ariana, tanto che l’imperatore Costanzo decise di esiliarlo in Africa. Al suo posto fu eletto Germano che come vescovo di Petra partecipò al concilio di Seleucia nel 359. Di Petra era originario l’abate Paolo massacrato dai Saraceni nel porto di Raitu sulla costa occidentale della penisola sinaitica insieme con quaranta suoi monaci nell’anno 373.

Nel 447, al tempo del vescovo Giasone, la comunità era così potente da cambiare una delle tombe principali della città in chiesa, come ancora attesta  una iscrizione dipinta sulla parete della tomba detta dell’Urna Corinzia. Nel 457 a reggere la diocesi troviamo il vescovo Giovanni. Nel 536 al concilio di Gerusalemme partecipò Teodoro discepolo e biografo di san Teodosio il Cenobiarca. Verso la fine del VI secolo nel Prato Spirituale Giovanni Mosco ricorda come vescovo della città il monaco Atenogeno figlio dell’abbatessa Diana.

Tra i monumenti cristiani esistenti tra le rovine, oltre alla tomba- chiesa e alle tracce monastiche sulla cima di ed-Dayr, tutti conoscevano il monastero di Sant’Aronne, fratello di Mosè, costruito sulla montagna più alta di Petra, a 1.200 metri, su un pianoro cento metri più in basso della cima e ricordato dai pellegrini fino al periodo crociato!

Era questa ricca storia della comunità di Petra che mi faceva mettere in dubbio e rifiutare le conclusioni basate sui terremoti. Stavamo discutendo di questo quando, in gran segreto, Kenneth mi mostrò in anteprima quanto aveva trovato tra i sassi di quella che sembrava un’abside di chiesa su una terrazza dietro il ninfeo di epoca romana al centro della città: alcune tessere colorate di vetro, alcune anche dorate che rimandavano ad un mosaico parietale! Mi disse anche che aveva già presentato un progetto di scavo all’ufficio dell’USaid dell’ambasciata americana di Amman a nome dell’Acor, il Centro americano di ricerca con il quale stavamo stampando il grosso volume dedicato ai mosaici di Giordania. Con il suo permesso, ne parlai anch’io con i responsabili per spalleggiare l’idea che avrebbe certamente rivoluzionato le conclusioni, per me preconcette, sul passato di Petra cristiana.

Quando tutto era pronto per iniziare lo scavo, impovvisamente, nel giro di pochi giorni Kenneth morì colpito da un male sconosciuto, forse per uno choc anafilattico causato dalla puntura di qualche insetto. Ancora oggi è un mistero! Per decisione dei responsabili dell’Acor, Pierre e Patricia Bekai, il progetto andò avanti affidato a giovani collaboratori che avrebbero fatto parte del team: Zbigniew Fiema, Ghazi Bisheh, Robert Sckick… E le scoperte non si fecero attendere.

Fu riportato alla luce un vasto complesso ecclesiastico di cui, con la chiesa principale triabsidata provvista di una cappella battesimale sul lato occidentale dell’atrio, facevano parte almeno altre due chiese costruite più in alto sulle pendici della collina, tanto da far pensare ad un complesso episcopale sul tipo di quello già scoperto a Gerasa tanti anni prima. Una chiesa ricca con la suppellettile liturgica in marmo, come gli altari, l’ambone, l’acquasantiera sulla porta, splendidamente mosaicata nelle navatelle laterali (una enciclopedia di motivi!) e pavimentata in opus sectile (a marmi intarsiati) nella navata centrale. Nel clima euforico riguardante i mosaici che si viveva all’Acor, furono questi inizialmente ad attirare l’attenzione. Da parte mia cercavo di smorzare gli entusiasmi perché non se ne esagerasse  la qualità artistica al paragone di quelli di Madaba che restavano ancora insuperati. E in attesa che i restauratori mettessero insieme gli ampi lacerti in pasta di vetro dei mosaici parietali recuperati nell’abside provenienti dalla calotta.

Con l’estensione dell’indagine archeologica fuori del muro settentrionale della basilica l’entusiasmo raggiunse il culmine, quando in uno degli ambienti usati come sacrestia, furono raccolti sul pavimento centinaia di rotoli di papiro carbonizzati caduti dagli armadi in legno poggiati sulla parete. Da episodio locale, la scoperta proiettò lo scavo della chiesa di Petra in un contesto di ricerca internazionale. Dovettero intervenire i migliori esperti del mondo per prendersi cura del delicato ritrovamento. Fu scelto un gruppo  di ricercatori dell’Università di Helsinki guidati dal prof. Jaakko Frösén che prima con un paziente lavoro eseguito ad Amman «aprirono» i rotoli per poter procedere ai primi tentativi di lettura. Erano tutti scritti in greco. La scrittura rimandava ad un tesoro di papiri scoperti in un contesto simile di una chiesa di Netzana, nel Negev palestinese, e già decifrati; gli studiosi vi avevano potuto leggere atti privati della fine dell’epoca bizantina e degli inizi del periodo arabo.

Man mano che il lavoro procedeva, con mia grossa soddisfazione, vedevo confermate le mie previsioni. Si trattava infatti di documenti giuridici, atti di proprietà e di compravendita, dell’archivio privato di famiglia di un certo Flavio Teodoro figlio del prete Obadiano, diacono e poi arcidiacono della chiesa «della benedetta e tutta santa Signora, la gloriosissima Madre di Dio e sempre Vergine Maria». Le date già lette rimandano alcuni documenti al tempo dell’imperatore Maurizio  (582-602) molto al di là del 551 limite accettato della storia di Petra!

Anche il mio amico Kenneth ne sarà felice.

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