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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia
Nei programmi del governo italiano si sarebbe dovuto completare entro quest'anno il trasferimento dei «falasha» dall'Etiopia. Un'eventualità che appare irrealizzabile, anche perché molti «falasha» sono di religione cristiana.

Falasha, ebrei d’Africa

Elisa Pinna
8 maggio 2007
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<i>Falasha, </i>ebrei d’Africa
Anziani falasha in preghiera.

Erano i giorni dell’eroismo quando scattò l’Operazione Salomone, il  24 maggio 1991. Le autorità e le forze armate israeliane  stupirono il mondo intero: in 36 ore, con un imponente blitz aereo (furono impiegati tutti gli aerei civili della compagnia El Al e una dozzina di C130 Hercules)  riuscirono a mettere in salvo dalla carestia e dalla guerra civile etiopica oltre 14 mila ebrei neri, trasportandoli in Israele. Erano i falasha, ebrei dalle origini antichissime, perse nella notte dei tempi.

Per alcuni, si trattava dei discendenti della tribù scomparsa di Dan, secondo altri erano i figli dei figli degli ebrei fuggiti  in Egitto dopo la distruzione del primo tempio nel 586 a.C.; per altri ancora questa era la progenie di Salomone e della Regina di Saba. Poco importava: erano olim, figli della Terra Promessa. Nel 1984, con un’altra operazione meno clamorosa, chiamata in codice Mosè,  Israele ne aveva già trasferiti altri 8 mila.

Tra i due eventi e poi negli anni successivi al 1991, è proseguita dall’Etiopia un’alja, un ritorno in Israele, silenzioso, discreto ma continuo. Tanti falasha non erano riusciti ad imbarcarsi sugli aerei durante le operazioni condotte con la logica dell’emergenza.  Nel 2003, l’allora primo ministro Ariel Sharon, in accordo con le massime autorità del rabbinato, decise che entro il 2007 tutti gli ebrei neri sarebbero stati trasportati e assimilati in Israele.

Il 2007 è arrivato, ma qualcosa si è inceppato. Migliaia di  falasha attendono nelle baraccopoli degli altopiani del Gondar, territorio dove nei secoli si sono radicati come comunità. Altri ancora sono concentrati  in un campo di raccolta ad Addis Abeba, dove i volontari dell’American Association for Ethiopian Jews (Aaej) insegnano loro l’ebraico e il rispetto per le regole rabbiniche, in attesa della partenza per Israele. I visti vengono però centellinati, 300 al mese. Di questo passo, è ovvio, l’operazione falasha non si potrà chiudere entro l’anno.

Forse non si concluderà mai, perché in Israele sono in molti  a chiedersi  apertamente se valga ancora la pena di sobbarcarsi, per mantenere la supremazia demografica ebraica all’interno dello Stato, il  costo di un’assimilazione onerosa, difficile e – per alcuni –  persino dannosa alla società israeliana.

I tempi messianici, quando Israele si vantava di aver per la prima volta prelevato popolazioni nere dall’Africa non per renderle schiave ma per offrire loro una vita migliore, sono lontani. Quelli di oggi sono i tempi di una realtà più dura, in cui il governo di Ehud Olmert è costretto pragmaticamente a tirare le somme di un’immigrazione ebraica, che spesso si è rivelata incontrollata.

Per capire meglio cosa stia succedendo, bisogna fare un passo indietro e tornare ai giorni dell’eroismo; l’Operazione Mosè e poi quella Salomone scaricarono in Israele decine di migliaia di ebrei africani, provenienti da un mondo che non poteva essere più diverso e lontano. I falasha erano vissuti fino ad allora in capanne sugli altopiani, senza elettricità o acqua corrente, non sapevano né leggere né scrivere, non conoscevano una parola di ebraico.

Da un punto di vista religioso le loro comunità, isolate per secoli dal resto dell’ebraismo e guidate da leader spirituali  locali, erano rimaste ancorate alle regole e ai rituali della Torah, senza conoscere l’elaborazione del Talmud. In Israele divennero rapidamente degli estranei, dei diversi, degli emarginati: falasha, appunto, parola che in lingua etiopica vuol dire intrusi e che è sempre stata usata nei loro confronti con disprezzo dalla maggioranza cristiana; un termine  rimasto, anche in Israele, addosso a questi ebrei africani come una condanna esistenziale.

Negli anni sono divenuti una comunità numericamente importante nello Stato ebraico: basti pensare che nel 1977 vivevano in Israele solo un centinaio di ebrei etiopici ed oggi sono invece almeno 105 mila. La loro crescita tuttavia, anziché essere un beneficio per quella superiorità demografica così agognata  dallo Stato ebraico rispetto alla propria minoranza araba, si è trasformata in un  problema assillante.

«Averli tolti dai loro villaggi in Etiopia è stato come togliere un pesce dall’acqua», sintetizza con franchezza Yehuda Dominitz, direttore dell’Agenzia ebraica del dipartimento per l’Emigrazione. In Israele si sono ritrovati a far parte della maggioranza religiosa ma, per il colore della pelle e per la lingua, sono divenuti una minoranza tenuta ai margini e oggetto di discriminazione. Molte decine di migliaia di falasha sono rimasti per anni nei centri di accoglienza statali o religiosi, senza riuscire a costruirsi una propria autonomia di vita. Molti ancora stazionano in questi ospizi. Ogni anno, ciascuno di loro costa 100 mila dollari allo Stato ebraico.

Le statistiche sono impietose: il 60 per cento delle famiglie di ebrei etiopi vive in Israele sotto il livello di povertà;  nel 50 per cento dei nuclei familiari non vi è nemmeno un componente con un posto di lavoro fisso. Ed ancora: il 50 per cento delle famiglie è guidato da un solo genitore, in prevalenza ragazze madri. Solo il 12 per cento dei ragazzi falasha rie sce ad arrivare a un diploma: si tratta della percentuale più bassa tra tutti i gruppi etnici del mosaico israeliano, arabi palestinesi compresi. Oltre la metà degli ebrei africani ha meno di 18 anni.

In un dato, tuttavia, spiccano sugli altri gruppi socio-etnici: ben il 95 per cento dei giovani si arruola nell’esercito israeliano, contro una media nazionale dell’80 per cento. Proprio tra le file di Tsahal, trovano quel riscatto sociale che è negato loro altrove. Gli ebrei falasha si distinguono spesso per la brutalità e l’arroganza che dimostrano verso i palestinesi dei Territori o i loro concittadini arabi. Al di fuori dell’esercito sono però loro stessi vittima di frequenti episodi di razzismo. Anni fa, venne scoperto che molti di loro avevano contratto l’Aids mentre si trovavano ad Addis Abeba e fu distrutto tutto il sangue prelevato ai falasha per le donazioni, sulla base unicamente di un criterio di gruppo. Il loro difficile inserimento ha finito per riportare in primo piano polemiche e dubbi sulle autentiche radici ebraiche non tanto degli etiopi ormai arrivati, ma di quelli che ancora bussano alla porta.

Le Operazioni Mosè e Salomone cercarono di far  giungere in Israele un gruppo ben definito di falasha: i cosiddetti Beta Israel (seme di Israele) ovvero ebrei che non avevano mai accettato, pur in secoli di sofferenze e persecuzioni, di convertirsi al cristianesimo etiopico. In Etiopia, rimasero gli ebrei più spuri, quelli attualmente in attesa di un visto: i cosiddetti falasha mura, un termine che può essere tradotto grosso modo come «falasha posticci». Si tratta di comunità di ebrei che circa due secoli fa si convertirono al cristianesimo, anche se in realtà  rimasero sempre piuttosto isolati rispetto alla religione cristiana etiopica.

A partire dagli anni Ottanta, invogliati anche dalla prospettiva di un’alja verso la Terra Promessa,  hanno cominciato  a rivendicare le loro origini ebraiche e molti di loro affermano di avere parenti in Israele a cui anelano ricongiungersi. «Un ebreo, anche se ha peccato, rimane sempre un ebreo», sentenziarono, in un primo momento, i saggi del rabbinato. Le richieste di ritorno dei  falasha mura rapidamente salirono al numero di 20 mila e con esse, in proporzione diretta, le apprensioni delle autorità  israeliane.

Ancora brucia l’esperienza del milione di presunti ebrei russi giunti in Israele negli anni Ottanta: di loro, circa la metà si è rivelato non ebreo.

Un funzionario del ministero degli Esteri israeliano, incaricato dei problemi dell’immigrazione ebraica, si lascia scappare  una battuta amara: «Non dimentichiamoci che il passato imperatore etiope Haile Selassiè (che governò il Paese dal 1930 al 1974)  si proclamava discendente di re Salomone e si autodefiniva il Leone conquistatore della tribù di Giuda». Se il defunto despota, pur essendo di religione cristiana, avanzava antichi legami con il popolo eletto, cosa potrebbe impedire nel futuro a milioni di etiopi di fare altrettanto?

Così, mentre Israele frena pur interrogandosi sul suo futuro demografico, ad Addis Abeba e nelle baracche degli altopiani del Gondar migliaia di persone si arrabattano nella miseria e vivono nella speranza di diventare anche loro olim.

Un sogno che sembra allontanarsi per i più ogni giorno che passa.

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