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I proclami di Ahmadinejad contro Israele tengono le prime pagine dei giornali e alimentano la tensione internazionale. Ne abbiamo parlato con Farian Sabhai, storica torinese di origini iraniane.

Teheran, giochi pericolosi

Giorgio Bernardelli
15 gennaio 2007
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Teheran, giochi pericolosi
In piazza a favore di un Iran nuclearizzato.

«L’Iran che vuole distruggere Israele». «L’Iran che tiene le fila di Hamas ed Hezbollah». Siamo abituati a vederlo descrivere così, sui nostri giornali, il Paese da cui Farian Sabahi è appena tornata. Per le edizioni Laterza sta per uscire un suo nuovo libro, un grande reportage sull’Iran di Mahmoud Ahmadinejad. Sulle sue contraddizioni. Ma anche su un Paese molto meno stereotipato rispetto a come spesso viene rappresentato. È con lei che proviamo ad affrontare il tema, oggi molto delicato, dei rapporti tra Teheran e Gerusalemme.

Farian Sabahi, perché Ahmadinejad oggi insiste tanto sull’Olocausto e Israele?
È un gioco molto pericoloso per l’Iran. Serve a distogliere l’attenzione dalle questioni interne: la disoccupazione, l’inflazione a due cifre, la repressione dei diritti civili. Ma è anche un gioco che Ahmadinejad porta avanti soprattutto per essere riconosciuto come grande leader musulmano fuori dal suo Paese e per alzare la posta con gli Stati Uniti. In realtà l’appoggio dato ad Hamas e a Hezbollah fa arrabbiare gli iraniani che non esitano a criticare il governo, sostenendo che i finanziamenti a queste organizzazioni straniere andrebbero invece spesi per rilanciare e diversificare l’economia iraniana troppo dipendente dal petrolio.

Si tratta di prese di posizione pubbliche o sottotraccia?
Te lo dice la donna sul taxi. A differenza, ad esempio, della Tunisia, dove la gente difficilmente si sbottona perché ha paura che tu sia una spia, in Iran c’è libertà di parola e vivacità intellettuale. Anche se è vero che poi il giornalista che fa satira contro il regime finisce in carcere. Ma il punto è che gli iraniani non ce l’han no con Israele più di tanto e tantomeno con gli ebrei, che tuttora sono 30 mila e hanno un loro deputato che li rappresenta nel Parlamento della Repubblica Islamica. Guardiamo alla storia: l’Iran dello scià fu uno dei primi Paesi a riconoscere lo Stato ebraico all’indomani della sua creazione. E durante l’Olocausto l’Iran ebbe un ruolo molto importante nel salvare la comunità ebraica. Ho realizzato un documentario per il Tg1 che va in onda per la Giornata della memoria: racconto la storia di un treno che nel 1939 partì dall’Europa centrale e che caricò 1.388 ebrei di cui 871 bambini e li portò a Teheran, da dove nel 1948 partirono alla volta di Israele. E c’è un regista, Hassan Fathi, che sta completando un serial televisivo su un iraniano che, a Parigi nel 1939, salvò una ragazza ebrea e sua madre dalla deportazione: andrà in onda sulla tivù di Stato della Repubblica Islamica dell’Iran con il titolo di Meridiano zero.

Ma allora perché Ahmadinejad va comunque avanti su una strada opposta?
Intanto va detto che ci sono le affermazioni di Ahmadinejad, ma anche le sue smentite. Non nega la storicità dell’evento Olocausto ma sostiene sia stato esagerato al punto da diventare un mito e, al tempo stesso, un pretesto per schiacciare il popolo palestinese negandone il diritto all’esistenza. Da noi in Italia i morti a Gaza e in Cisgiordania non fanno nemmeno più notizia. Invece in tutto il mondo islamico i telegiornali aprono regolarmente con il numero di morti a Ramallah. Anche il muro costruito dagli israeliani per difendersi dai terroristi è criticato dai leader iraniani, che sostengono: gli israeliani hanno tutto il diritto di costruirlo per difendersi ma lo facciano a casa propria, non espropriando i terreni altrui.

E su quanto accaduto quest’estate in Libano che cosa dicono?
Di nuovo: gli iraniani non hanno grandi simpatie per il finanziamento del governo di Teheran a  Hezbollah. Anche perché anche in Iran esiste un movimento chiamato Hezbollah, che ha poco a che vedere con quello libanese e i cui seguaci sono gli ultraconservatori con la barba che impongono agli altri l’osservazione di determinati precetti religiosi. Sono gli elementi più fastidiosi della società. Detto questo, per le autorità iraniane è indispensabile il legame con gli Hezbollah libanesi, perché è l’unico caso in cui sono riu sciti a esportare la rivoluzione, un’impresa mancata sia in Asia centrale sia in Caucaso. È quindi l’unico successo di un Paese isolato dal 1979.

Che cosa succederebbe se Israele, come già fece con l’Iraq negli anni Ottanta, bombardasse con un blitz gli impianti nucleari iraniani?
Si ripeterebbe la storia del settembre 1980 quando l’Iraq, armato e finanziato dall’Occidente, invase l’Iran. Allora ci fu un ricompattamento di tutta la popolazione. L’altra conseguenza negativa sarebbe un ulteriore giro di vite sulla società civile e sugli oppositori. Già con Ahmadinejad la situazione è molto peggiorata. Infine, a livello internazionale, sarebbe l’ennesimo pretesto per Al Qaida, che invece non ha nulla a che vedere con l’Iran, per scatenare ulteriore violenza. Insomma, sarebbe ulteriore benzina sul fuoco.

Che fine ha fatto in Iran il movimento degli studenti?
I giovani che hanno militato nel movimento del 1999 si stanno leccando le ferite: alcuni sono ancora in carcere e gli altri vogliono evitare di andarci. Manca un leader carismatico: nel 1999 credevano in Khatami, adesso non hanno un politico. Bisogna aspettare il ricambio generazionale. Nel senso che questo è un Paese di ventenni: non si impegnano in politica, ma magari si dedicano alla fotografia, all’arte, ai blog su Internet. Hanno l’ambizione di andare avanti con gli studi, molti emigrano: su 800 mila laureati ogni anno, 200 mila lasciano il Paese. E l’emigrazione sta diventando una tappa obbligata anche per molte donne.

Tutto questo, alla lunga, può minare il regime degli ayatollah?
È difficile. Vedo piuttosto un altro tallone d’Achille, di tipo economico: questo regime si regge grazie ai sussidi che permettono di comprare la benzina a 8 centesimi di euro al litro. Oppure di comprare il pane a 2 o 3 centesimi di euro. In Iran nessuno muore di fame. Il problema è proprio la questione energetica: il 40 per cento della benzina iraniana è raffinato all’estero perché il Paese non ha raffinerie a sufficienza per via dell’embargo americano in vigore dal 1979. Vendono sì il petrolio, ma poi devono importare la benzina a prezzo di mercato. E quegli 8 centesimi di euro al litro non coprono neanche i costi di estrazione. Il problema si fa sentire già oggi che il barile è sopra ai 60 dollari, figuriamoci cosa potrebbe succedere se il prezzo scendesse.

La questione del nucleare si legge anche così?
Ora come ora l’Iran brucia il petrolio per produrre energia elettrica. Questo è considerato sbagliato eticamente ma anche economicamente: il petrolio deve essere venduto per ottenere valuta corrente. Poi c’è indubbiamente anche l’altro elemento, quello militare: l’Iran è un Paese che si sente sotto assedio. Gli italiani non se lo ricordano, ma nella memoria degli iraniani pesano eventi storici come l’invasione dell’Iran durante la seconda guerra mondiale, il colpo di Stato filo-americano del 1953 contro il premier Mohammed Mossadeq colpevole di avere nazionalizzato il petrolio iraniano, l’invasione di Saddam Hussein nel 1980 e la successiva guerra che durò otto anni e costò agli iraniani due milioni tra morti e invalidi. L’atomica, dunque, è vista dalla popolazione iraniana come un deterrente. Il grande problema è l’effetto domino che si sta scatenando sul nucleare: adesso si fa avanti anche l’Egitto, prima o poi in Medio Oriente arriverà qualcun altro.

Si tratta, dunque, di aspettare che le contraddizioni esplodano?
Le contraddizioni ci sono. Ma sul fatto che esplodano non ne sarei così sicura. Tutte le istituzioni oggi sono in mano all’estrema destra conservatrice: il Parlamento, il governo, la magistratura. L’elezione di Ahmadinejad, che non appartiene al clero, è stato un fatto importante. Ma a comandare sono sempre il leader supremo Alì Khamenei e Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Sconfitto nelle elezioni presidenziali del 2005, Rafsanjani detiene comunque il controllo economico del Paese grazie alle numerose fondazioni che gestiscono il 40 per cento delle risorse e non devono presentare i bilanci, rispondendo direttamente al leader supremo.

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