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Ebrei, tradizione nel segno del pluralismo

Elena Lea Bartolini
15 gennaio 2007
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Dopo esserci soffermati lo scorso anno sulle particolari bellezze della Terra di Israele e sui significati religiosi che le stesse evocano, proviamo ad addentrarci nelle articolate e variegate dinamiche che caratterizzano la tradizione ebraica: «Dove ci sono due ebrei ci sono almeno tre idee diverse», ricorda non a caso un detto noto e spesso evocato da Moni Ovadia nei suoi spettacoli. Risulta pertanto impossibile individuare un modello generalizzabile capace di comprendere una multiformità vissuta come valore nell’orizzonte di una dialettica – talvolta anche molto vivace – che coglie nel continuo confronto un punto di forza: di scutere, e ridiscutere, e discutere ancora serve a sviscerare tutti i punti di vista possibili nel rispetto di un pluralismo capace di far convivere posizioni anche opposte.

Ma quando parliamo di ebraismo che cosa intendiamo? Un popolo? Una cultura? Una religione? E quando parliamo di ebrei a chi pensiamo? Ai circa quattordici milioni variamente sparsi per il mondo (la maggior parte negli Stati Uniti e in Canada) oppure al -più o meno – trenta per cento dei medesimi che attualmente vive nello Stato di Israele?

Generalmente ebrei si nasce: «È ebreo chi nasce da madre ebrea» (o chi si converte secondo le regole, ma il fenomeno è di dimensioni ridotte), e la matrilinearità – oltre a «garantire» la discendenza – sottolinea il ruolo positivo della donna nell’ambito della famiglia vissuta come spazio fondamentale di testimonianza e trasmissione dei valori religiosi tradizionali. Ne consegue un forte senso di appartenenza che precede l’etnia e la nazionalità, che porta a sentirsi «popolo» perché legati ad una tradizione, la quale per molti secoli si è espressa in forma prevalentemente religiosa, ma che dal periodo dell’emancipazione (1800 circa) ha iniziato a percorrere anche le vie di una laicità che comunque non riesce a rinunciare totalmente alle proprie radici bibliche. Tutto ciò ha prodotto cultura e ha contribuito al farsi di altre culture – come ad esempio quella europea -, ma sarebbe riduttivo considerare l’ebraismo solo un «fenomeno culturale»: si può dire semmai che, pur comprendendo le categorie di popolo, cultura e religione nello stesso tempo le travalica secondo un’eccedenza che sfugge alla usuale concettualizzazione. In tale orizzonte il termine «ebreo» designa l’appartenenza al «popolo ebraico» indipendentemente dal luogo di residenza, mentre il termine «israeliano» indica sia l’ebreo che vive nello Stato di Israele che il non ebreo che ha la cittadinanza nel medesimo (ci sono ad esempio arabi israeliani).

Pertanto è discutibile immaginare gli ebrei solo come coloro che vestono in un certo modo – magari di nero – con la barba e i «riccioli» ai lati del volto, oppure solo come coloro che osservano tutti i precetti religiosi e sono comunque facilmente distinguibili dai non ebrei; così come non è neppure corretto ricondurre tale immagine solo alla laicità o sovrapporre l’idea degli ebrei a quella dei soldati israeliani.

L’appartenenza all’ebraismo, sia in Israele che in diaspora, può declinarsi in maniera differente, sia religiosa che laica; in ogni caso è espressione di una tradizione capace di conservare al suo interno una ricchezza dai mille volti che può essere paragonata ad una melagrana: tanti chicchi singoli riuniti dentro la stessa membrana, come gli ebrei: tutti diversi ma tutti uniti nella comune tradizione che può essere detta in molti modi.

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