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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia
Capita nella vita che anche gli amici e perfino i parenti ci voltino le spalle. Davide preferisce umiliarsi e fuggire, piuttosto che combattere il figlio

Il realismo dell’umiltà

Paolo Curtaz
2 gennaio 2007
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Il realismo dell’umiltà

Davide, dopo la disavventura con Bersabea, ha nuovamente misurato il suo ampio ed evidente limite. Invece di nascondersi o di giustificarsi affronta con coraggio un percorso di conversione ed essenzialità. Nel frattempo le cose, a corte, si complicano: uno dei suoi figli, Assalonne, incoraggiato da alcuni nobili di corte, legati a Saul, ordisce ed attua un colpo di Stato. Con un piccolo esercito Assalonne marcia su Gerusalemme per deporre suo padre.
Davide non vuole in alcun modo affrontare suo figlio e decide di lasciargli la capitale fuggendo a piedi verso il deserto di Giuda. La scena che abbiamo letto si svolge in questo contesto: Davide, attorniato da alcuni generali fedelissimi, scappa da Gerusalemme attraverso il vallone del Cedron e lì un parente di Saul, Simei, lo insulta e lo prende a sassate. La reazione di Davide è sconcertante: egli ferma la mano del fedelissimo generale Abisai che vuole uccidere quel «cane morto». Davide, dopo la lezione di Natan, sa che Dio parla attraverso gli eventi e, talora, anche attraverso i nemici. Fa impressione questo grande re che mette da parte il proprio orgoglio e lascia emergere il cuore ferito di un padre tradito. Vedremo, il mese prossimo, come la passione sia la forza e il limite di questo grandissimo uomo di Dio che rie sce sempre a dare il meglio di sé, magari sbagliando, ma sbagliando sempre per eccesso, mai per difetto. Colui che ha fatto diventare un popolo di nomadi la più grande potenza del Medio Oriente deve ora bere l’amaro calice della fuga, inseguito da uno dei propri figli che lo vuole morto. Non c’è astio, né rabbia, né desiderio di vendetta in Davide. Preferisce fuggire che affrontare Assalonne. A volte la vita ci riserva delle spiacevoli sorprese: persone che abbiamo amate ci si ritorcono contro, rapporti famigliari vissuti con intensità e verità si rivelano avvelenati, amici (anche di fede) svelano il loro volto peggiore. Davide salva la relazione mettendo da parte l’amor proprio: è davvero una persona umile. Spesso male interpretiamo la grande virtù dell’umiltà, pensando che sia un accanimento depressivo di se stessi. La parola umiltà deriva dall’humus, la terra feconda. La parola, quindi, richiama la concretezza, il senso pratico e la fecondità. Potremmo parafrasare dicendo che l’umiltà è un realismo fecondo. Davide sa che difendere Gerusalemme porterebbe ad un fratricida bagno di sangue, la scelta di umiliarsi, di fuggire (gesto che nessuno capisce, neppure i propri generali), potrebbe fermare le mire di Assalonne (non sarà così). Davide sa che le parole vendicative e rabbiose di Simei sono in parte vere: lui per primo ha fatto di tutto per evitare lo scontro col suo predecessore ma sa anche che la sua vita e la sua storia sono segnate dal sangue. In questo consiste l’assoluta grandezza interiore di Davide: egli è consapevole del proprio limite e lo accetta, affronta le prove della vita con verità e umiltà. Questo percorso che travalica la sua abilità di condottiero e re, lo porterà ad essere tutto e definitivamente di Dio.

Il testo biblico di riferimento è il Secondo libro di Samuele capitolo 16, versetti 5-12.

(L’autore è sacerdote della diocesi di Aosta
e curatore del sito Internet
www.tiraccontolaparola.it)
 
 
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