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Gerusalemme, un sogno chiamato pace

Giuseppe Caffulli
13 dicembre 2006
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A New York, davanti alla Commissione di politica speciale e decolonizzazione della sessantunesima Assemblea generale dell’Onu, il 2 novembre scorso mons. Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede, è intervenuto con chiarezza sul tema dei rifugiati palestinesi in Medio Oriente (il punto 31 prevedeva la discussione sull’Unrwa, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi). Con l’occasione ha ribadito alcuni concetti che i capi delle Chiese in Terra Santa e la Santa Sede vanno dicendo da tempo: non si potrà risolvere il conflitto – e quindi sradicare la violenza – senza ristabilire la giustizia.

Nei Territori resta altissima la tensione, il sangue continua a scorrere e la situazione sociale è di gravissima emergenza. Per rendersene conto, basta leggere l’agghiacciante rapporto reso pubblico a fine settembre dal relatore speciale dell’Alto Commissariato per i diritti umani dell’Onu John Dugard (disponibile in inglese e francese su www.unhchr.ch).

«Non si può ignorare – ha fatto rilevare mons. Migliore al Palazzo di vetro – la centralità del conflitto israelo-palestinese nella persistente instabilità del Medio Oriente. È questo il motivo per il quale continuiamo a vedere nella soluzione dei due Stati la base per la soluzione della crisi».

Tra gli aspetti non marginali per la soluzione del conflitto, mons. Migliore ha sottolineato lo status di Gerusalemme. «Alla luce dei numerosi casi di violenze e sfide alla libertà di movimento create dal Muro di sicurezza, la Santa Sede rinnova il suo appoggio per "condizioni internazionalmente garantite che assicurino la libertà di religione e di coscienza dei suoi abitanti, libero ed illimitato accesso ai Luoghi Santi da parte dei fedeli di tutte le religioni e nazionalità"». Gerusalemme città aperta, città delle religioni e della pace… Un sogno irraggiungibile?

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