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Parla fra Artemio Vítores, vicario custodiale dall'estate 2004. Vive in Terra Santa da 35 anni, dopo aver lasciato la sua natia Castiglia.

«Coraggio e fedeltà, questa è la nostra storia»

Giampiero Sandionigi
6 novembre 2006
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«Coraggio e fedeltà, questa è la nostra storia»
Fra Artemio Vítores (58 anni), ha lasciato la natia Spagna nel 1972 per essere frate in Terra Santa. (foto J. Kraj/Cts)

Guizza svelto tra i tavoli del refettorio mentre serve gli altri frati. Fa poche cerimonie ma non gli sfuggono i dettagli e capisci che è attento a quello che fa. Spagnolo franco e diretto, fra Artemio Vítores (58 anni) è altrettanto immediato e informale nei rapporti interpersonali.

Sia che parli ai gruppi di pellegrini di passaggio a Gerusalemme o che ti intrattenga per una conversazione a tu per tu, nel suo parlare prevale il pronome «noi», quello che meglio s’addice ad esprimere un convinto senso d’appartenenza alla sua fraternità. Il legame non lo stringe solo ai fratelli che lo circondano oggi, ma risale lungo la storia.

Arguisci che per lui non è un mero esercizio di collezione di ricordi. Di più: è un tramandare un carattere, un conservare un patrimonio ricevuto in eredità col compito di consegnarlo a chi verrà poi senza comprometterne l’integrità. Con questa premura di chi sa d’essere un custode, fra Artemio racconta il passato con fierezza e guarda al presente con l’animo di chi non ama rischiare troppo in nuove avventure, per timore di compromettere quanto gli è stato affidato.
Conversiamo in una sala del convento di San Salvatore a fine luglio, di un’estate che avrebbe dovuto far affluire fiumane di pellegrini e invece è come un torrente in secca a causa della guerra in Galilea e nel sud del Libano. È inevitabile prendere le mosse da lì.

«La mia esperienza in Terra Santa dura da 35 anni – racconta padre Artemio -. In questo arco di tempo ho notato una costante: qui è un continuo passare dall’entusiasmo allo scoramento, dal tutto al niente, dal grande boom di pellegrini o di attività, al vivere di colpo situazioni di stallo se non addirittura di vuoto. Dal 1972 ad oggi ho visto tanti conflitti. Tutte occasioni in cui i pellegrini sparivano completamente e si stava magari per mesi senza alcuna visita. Il periodo della seconda Intifada (2000-2004) è stato il più difficile perché è durato molto a lungo».

«Come affrontiamo questa situazione?», si chiede Vítores. «Io penso che essere cristiano sia, per definizione, avere una speranza. Se non hai un coraggio forte o un’esperienza alle spalle che ti fa dire "ne ho conosciute tante, passerà anche questa" perdi la fiducia. Ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare. La storia di noi frati della Custodia è trapuntata di bastonate ma i frati hanno sempre avuto il coraggio di continuare».

«I pellegrini – riprende – sono fondamentali non solo sotto il profilo economico, che pure è importante, ma anche sotto quello psicologico per i cristiani di qua. La Terra Santa rimane poi uno strumento di attività pastorale unico. Per chi la visita è un’occasione importante per incontrare il Signore. Proprio per questo il tema del pellegrinaggio occuperà parte essenziale del congresso internazionale dei Commissari di Terra Santa che abbiamo in programma a novembre. Un commissario fa certamente propaganda e raccoglie fondi, ma una delle sue attività fondamentali è portare qui la gente in pellegrinaggio».

«In questi anni l’Italia – grazie in particolare alle iniziative assunte dai suoi vescovi – è stata la prima promotrice della ripresa dei flussi di pellegrini. Numerosi anche gli spagnoli. Ultimamente stanno venendo parecchi russi ortodossi, in numero sempre crescente. Nel corso del 2004-2005 credo che il numero di pellegrini russi abbia raggiunto il secondo o terzo posto in classifica. Questo massiccio afflusso di russi non è una novità nella storia. Fino al 1917 – anno della Rivoluzione – la presenza russa era immensa, soprattutto nei periodi di Natale e Pasqua. Ora c’è un movimento diverso.
Un venerdì di qualche mese fa – per fare un esempio – mi sono accorto che tra i pellegrini che partecipavano alla tradizionale Via crucis lungo la Via dolorosa in città vecchia c’erano anche molti russi. Così ho chiesto a un nostro giovane frate russo di tradurre a voce alta le formule e le preghiere di ogni stazione nella sua lingua. Vedevo quei pellegrini, cattolici e ortodossi, piangere per la commozione».

 

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