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Hezbollah divide anche i cristiani

Camille Eid
27 settembre 2006
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La guerra «dei 33 giorni» ha visto tutti i libanesi, cristiani e musulmani, solidarizzare con la comunità sciita e la sua principale espressione politica, l’Hezbollah. Le vecchie divergenze, sono tuttavia tornate a spuntare una volta entrata in vigore, il 14 agosto, la «cessazione delle ostilità». In particolare tra i cristiani. Oggi, i partiti cristiani risultano infatti profondamente divisi in due campi assai distinti; da una parte, la Corrente patriottica libera del generale Michel Aoun e i suoi alleati (Suleiman Frangieh e i partiti armeni), tutti all’opposizione nonostante abbiano raccolto circa il 70 per cento del «voto cristiano» alle ultime elezioni e, dall’altra, i partiti che fanno parte delle «forze del 14 marzo» (data dell’immensa manifestazione seguita all’assassinio dell’ex-primo ministro Rafik Hariri – ndr) che oggi detengono la maggioranza al governo e al Parlamento, tra cui figurano le Forze Libanesi di Samir Geagea, le Falangi di Amine Gemayel, il Blocco nazionale di Carlos Edde e il Partito nazional liberale di Dory Chamoun.

Le divergenze ruotano attorno a diversi temi: dall’atteggiamento nei confronti del presidente della Repubblica, alla questione dell’Hezbollah, alle relazioni con la Siria. Le «forze del 14 marzo», assecondate dai loro alleati sunniti e drusi (Hariri e Jumblatt), premono per una sostituzione, per non dire destituzione, del generale Emile Lahoud dalla prima carica dello Stato. Tutti accusano Lahoud di essere una pedina dei siriani e ricordano che fu proprio la proroga forzata, nel 2004, del suo mandato, per volere di Assad, all’origine della risoluzione 1559 del Consiglio di sicurezza e il successivo attentato contro l’ex premier Rafic Hariri. La formazione di Aoun considera, invece, che tutta la classe politica oggi al governo era asservita ai siriani, e che il boicottaggio di Lahoud da parte della maggioranza o degli ambasciatori occidentali rappresenta comunque un indebolimento del ruolo politico dei cristiani all’interno nello Stato.

Sulla questione del disarmo dell’Hezbollah le divergenze non sono da meno. La maggioranza governativa era critica nei confronti del Partito di Dio ancor prima che scoppiasse l’ultima guerra. Alcuni partiti rimproverano ora senza mezzi termini a Hassan Narallah di aver trascinato il Paese in una tremenda distruzione e reclamano lo scioglimento della sua milizia. Aoun è, invece, meno categorico. Il generale aveva addirittura sottoscritto a febbraio un memorandum con l’Hezbollah in cui riconosce il diritto del Libano alla resistenza fintanto ci sono territori libanesi occupati da Israele. Una mossa cui molti attribuiscono il merito di aver salvaguardato l’unità nazionale durante l’ultima crisi, ma che il generale sfrutterà, dopo la «vittoria» dell’Hezbollah, alla prossima tornata elettorale per affermarsi ulteriormente nei confronti dei suoi rivali cristiani.

Se per alcuni questo vivace confronto è indicativo di vero pluralismo negli ambienti cristiani, altri considerano invece il suo impatto negativo. Secondo la stampa libanese, i vescovi locali avrebbero discretamente chiesto ad alcune ambasciate occidentali di irrigidire le condizioni di ottenimento del visto di emigrazione con l’intento di fermare, seppure momentaneamente, il flusso dei candidati alla partenza. L’ultima guerra, infatti, e il successivo embargo imposto da Israele hanno indotto molti cristiani a perdere fiducia nel Paese. Secondo un’inchiesta locale, il 51 per cento dei cristiani libanesi vedono che il loro futuro è fuori dal Paese. Per questi, la stagione dell’euforia seguita alla «rivolta dei cedri» e al ritiro dei siriani è davvero finita.

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