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Pietre di Gerusalemme, la fede e la memoria

Edoardo Arborio Mella
17 maggio 2006
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All’ingresso della basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme c’è un luogo singolare per la straordinaria devozione di cui è oggetto dai cristiani di tradizione orientale e la distratta indifferenza con cui è guardato da quelli di tradizione occidentale. È la Pietra dell’unzione, una lastra rosata il cui significato è spiegato da un mosaico posto sul muro retrostante, appartenente agli ortodossi e fatto in Italia: su quella pietra il corpo di Gesù è stato deposto e unto di profumi prima della sepoltura. Per questo i responsabili di tutte le comunità quando entrano in basilica in processione si chinano a baciarla solennemente. Ma ciò che è davvero degno di attenzione è l’atteggiamento della gente comune a suo riguardo. Infatti in occasione delle feste segnate dall’arrivo di pellegrini o comunque da un afflusso eccezionale in basilica la si vede circondata da persone inginocchiate o prostrate, talvolta con le lacrime agli occhi, che le versano sopra profumo: un modo per onorarne la santità e al tempo stesso per partecipare simbolicamente all’unzione di Cristo. C’è poi chi raccoglie quel profumo mediante spugnette o piccole siringhe e lo mette in boccette da portare a casa quasi reliquia; chi vi posa sopra indumenti, veli o strumenti di preghiera che si impregnano così di santità. Ci sono momenti, soprattutto nella settimana santa, in cui il piccolo orlo ribassato che delimita la pietra è pieno di uno strato di liquido profumato.

Io per storia, mentalità e formazione sono  lontanissimo da questo tipo di devozione. Eppure amo rimanere lungamente ad osservare questi gesti di umili fedeli che esprimono in tal modo la loro fede e la loro emozione e ne ricevono qualcosa noto a loro soltanto. E talvolta, in questa babele linguistica in cui può essere impossibile sapere qual è la lingua parlata da chi si trova accanto, mi è capitato di ascoltare commenti ironici da parte di pellegrini italiani. Troppo spesso forse si gira il mondo con la convinzione che niente è più sapiente della quieta normalità di casa propria. Tali commenti vertono essenzialmente su due punti: il fondamento storico di quella pietra e il senso di una simile devozione.

Sul primo punto nessun dubbio: il corpo morto di Gesù non ha mai toccato quella pietra, la cui sistemazione risale a due secoli fa. Ma è anche vero che la fede di milioni di pellegrini l’ha trasformata. Un oggetto su cui si sono concentrate tante lacrime e tante preghiere è diventato un luogo in cui i cristiani, corpo di Cristo, hanno deposto giorno per giorno le proprie morti e le loro attese di vita, l’infinita sofferenza del mondo. Questo d’altronde è anche il valore della maggior parte dei Luoghi Santi: un pellegrinaggio non è primariamente un giro di scoperte archeologiche, è invece un raccogliersi su luoghi della memoria.

Sul secondo punto, credo occorra avere occhi che vadano al di là di certi aspetti forse poco razionali, forse perfino un po’ kitsch, e sappiano intuire ciò che arde nella vita di chi è diverso da noi: senza dimenticare il proprio passato, carico esso pure di devozioni ora abbandonate, e senza evitare di interrogarsi sul proprio presente, certo più critico ma forse anche un po’ più arido.

Venire in Terra Santa è un’occasione unica di presa di contatto con diverse tradizioni cristiane (per non parlare dell’ebraismo e dell’islam che non rientrano in questa rubrica), e di conseguente dilatazione della mente e del cuore nella percezione di ricchezze e miserie diverse dalle nostre.

(L’autore è monaco della Comunità di Bose a Gerusalemme)

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