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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia.
Con il nuovo governo presieduto da Olmert, Israele si prepara al futuro. La linea è quella di Sharon: separazione unilaterale e smantellamento di alcune colonie per preservare l'identità ebraica. Ma bisogna fare i conti con l'incognita Hamas.

Le sfide di Ehud

Elisa Pinna
17 maggio 2006
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Le sfide di Ehud
Il primo ministro israeliano Ehud Olmert (60 anni).

L’unica certezza è che il muro israeliano avanza. Giorno dopo giorno inghiotte territori, sigilla villaggi palestinesi, separa famiglie, ridisegna i confini a dispetto di 50 anni di appelli internazionali e risoluzioni per risolvere il conflitto israelo-palestinese.  A Gerusalemme, intanto, il nuovo premier Ehud Olmert  cerca di compattare  l’eterogenea maggioranza uscita dal voto del 28 marzo.

«Nel prossimo futuro – afferma Olmert – dobbiamo stabilire i confini definitivi di Israele, uno Stato ebraico, con una maggioranza ebraica». Per la dirigenza israeliana sembra essere finita l’era dei negoziati. I recenti attentati, rivendicati dalla Jihad ma giustificati da Hamas, hanno confermato, agli occhi degli israeliani e dell’opinione occidentale, la convinzione che dall’altra parte del muro non vi siano interlocutori credibili. In questa situazione si è rafforzata l’idea che lo Stato di Israele possa solo procedere in modo unilaterale. Unilateralismo è la parola più usata di questi tempi nei colloqui politici. Israele prenderà le sue decisioni. A prescindere dai palestinesi. Senza palestinesi. Come  se non esistessero.

Il neo premier, a differenza di quasi tutti i suoi predecessori, non è un ex eroe di guerra e non possiede un particolare carisma. È un politico molto pragmatico, che fiuta il nuovo clima, e lui stesso ne è in fondo espressione.

Il voto del 28 marzo ha indicato soprattutto un ripiegamento del Paese sui problemi interni.   «È come – osserva lo scrittore israeliano Avraham B. Yehoshua – se il pathos politico fosse scomparso, come se i cittadini dello Stato ebraico avessero voltato le spalle ai grandi temi, convinti ormai che non vi sia più una prospettiva di  pace con i palestinesi, dopo la vittoria degli estremisti islamici».

Le elezioni hanno in qualche modo sancito il terremoto psicologico e politico provocato mesi fa da Ariel Sharon, il vecchio falco della destra israeliana. Dopo decenni passati a sostenere che la presenza ebraica nel cuore di Gaza era altrettanto importante  di quella a Tel Aviv, Sharon ha smantellato, contro il parere dei suoi stessi compagni di partito, quelle colonie che aveva così ostinatamente costruito.   Poi, dopo aver sfidato e vinto il suo avversario interno, Benjamin Netanhyahu, ha lasciato il Likud per formare, insieme a Ehud Olmert, il nuovo partito Kadima. Qui è stato raggiunto da Shimon Peres, uomo di spicco dei  laburisti per trent’anni, sconfitto all’interno della sua organizzazione dal sindacalista Amir Peretz.

La nuova Knesseth, che ha giurato il 17 aprile, giorno del sanguinoso attentato di Tel Aviv, ha ovviamente risentito di tutti questi sorprendenti cambiamenti di identità.  Il Likud di Netanhyahu è franato rovinosamente da 40 seggi a 12. Kadima – dopo l’uscita di scena di Sharon colpito da un ictus devastante – non ha ottenuto il successo sperato, e si è dovuto accontentare di 29 seggi, obbligando Olmert a funambolismi di ogni tipo per raggiungere la maggioranza su 120 seggi.  I laburisti hanno cambiato completamente elettorato, passando dai tradizionali ceti borghesi-liberali ai voti proletari, ma hanno ottenuto gli stessi 19 seggi della scorsa legislatura.  Ha fatto poi la sua apparizione il partito dei pensionati,  guidato da un ex 007 di ottanta anni, Rafi Eitan, che ha portato in Parlamento sette anziani sconosciuti, alcuni di loro residenti in case di riposo. Inoltre, un numero prepotente di elettori ebrei-russi, prova del crescente peso della nuova immigrazione, ha consegnato 11 seggi a Israel Beitenu (Israele è la nostra casa)  di Avigdor Lieberman, che, per risolvere il problema demografico, propone di trasferire intere cittadine arabo-israeliane sotto l’Anp, annettendo a Israele colonie e ulteriori territori occupati nel 1967. Una proposta giudicata «delirante» dai più, ma che in qualche modo risponde alle stesse preoccupazioni di Kadima e che crea crescenti timori tra i cittadini arabo-israeliani dei villaggi a ridosso della cosiddetta «linea verde».

Ormai sembra essersi radicata tra i dirigenti israeliani la convinzione che la sopravvivenza a lungo termine di Israele dipenda dalla sua capacità di preservare l’attuale maggioranza ebraica e di evitare che gli arabi-palestinesi possano diventare nel futuro maggioranza all’interno dei suoi confini. La questione demografica è stata il motivo più profondo dell’improvviso voltafaccia di Sharon e del ritiro di Israele da Gaza. Le stesse ragioni stanno dietro alla fretta con cui il neo premier vuole ridisegnare i confini dello Stato ebraico entro il 2010.

Il piano di Olmert  prevede il ritiro di Israele da una buona parte dei territori occupati nel 1967 e l’annessione nello Stato ebraico delle colonie più popolose costruite in Cisgiordania: da Gush Etzion ad Ariel, da Kedumin a Maale Adumin. Oltre a inglobare unilateralmente  Gerusalemme (con l’eccezione dei quartieri arabi orientali) e le alture del Golan, il piano Olmert-Kadima  punta a chiudere sul lato orientale la Cisgiordania palestinese, fagocitando in modo definitivo tutta la striscia fertile del Giordano, ormai coltivata a serre dai coloni ebraici, nonché le risorse idriche della regione. In tal modo, Israele controllerebbe tutto il confine con la Giordania, dal Golan al golfo di Aqaba. Il percorso del muro di divisione fa presagire future annessioni di parte di Betlemme, dove si trova la Tomba di Rachele, luogo sacro per gli ebrei, e di Hebron, considerata la seconda città santa ebraica, dove vive una comunità particolarmente oltranzista di coloni.

Sono tanti però gli ostacoli che si frappongono ai progetti del nuovo primo ministro. Il punto di partenza del suo piano dovrebbe essere lo smantellamento degli avamposti ebraici più isolati in Cisgiordania, circa 60 mila persone, come previsto anche dalla Road map.  Olmert ne avrà la forza, con un’alleanza di governo tutt’altro che compatta e monolitica? È vero che il «partito»dei coloni si è molto indebolito dopo il «tradimento» di Sharon  e il ritiro da Gaza. Non e’ tuttavia da sottovalutare. 

Inoltre, se anche il neo premier riuscisse a convincere una buona parte dell’opinione pubblica nazionale ad accettare la validità strategica dei nuovi confini, è improbabile che la comunità internazionale possa apporre il suo timbro ad uno scenario che viola palesemente tutte le risoluzioni dell’Onu.

E poi ci sono i palestinesi. Lo strangolamento economico ha creato una situazione drammatica nei territori, ormai ai limiti della catastrofe umanitaria.  È dubbio però che questa pressione possa mettere in crisi il governo di Hamas. Ed è ancor più avventato supporre che una eventuale crisi apra spiragli di ragionevolezza e non inneschi piuttosto ulteriori radicalizzazioni. La delegittimazione dell’Autorità nazionale palestinese, avviata da Israele quando Arafat era in vita e rilanciata dopo la vittoria elettorale di Hamas, non rafforza certo i moderati all’interno della società  palestinese, al contrario.

I moderati si possono rafforzare se si apre un percorso credibile di pace, come avvenne dopo Oslo all’inizio degli anni Novanta. Ma l’idea di definire in modo unilaterale i confini, annettendosi Gerusalemme ed aree strategiche dei territori occupati nel ’67, lasciando ai palestinesi un simulacro di Stato, senza il controllo dei confini e delle vie di comunicazione, espropriato delle terre più fertili e delle risorse idriche, è destinata ad esasperare i sentimenti palestinesi. «Vorrebbe dire solo – spiega Mustafa Barghouti, un esponente palestinese moderato – che l’occupazione continua e il conflitto continua. E ciò sarebbe un male per Israele e per noi».   

Il piano di separazione unilaterale deve inoltre tener conto di un’incognita legata alla situazione complessiva del Medio Oriente. Significativamente, l’idea della definizione unilaterale dei confini si è fatta strada nel momento in cui i rapporti di forza regionali apparivano ottimali, per effetto della caduta di Saddam e della presenza diretta americana nell’area mediorientale. In quel contesto, nessuno avrebbe potuto seriamente contestare il gesto unilaterale. Le incertezze sugli esiti della crisi irachena, l’espansione dell’influenza iraniana tra gli sciiti in Iraq ma anche in Libano, la possibilità che Hamas trovi un qualche concreto sostegno a Teheran rischiano di aprire uno scenario nel quale la questione palestinese cambi ulteriormente di segno. Come il fallimento di Oslo ha portato all’islamizzazione della seconda Intifada, così il definitivo abbandono della road map potrebbe saldare in modo devastante il problema dei territori occupati con le crisi regionali. Questa volta davvero mettendo in pericolo la sicurezza di Israele.

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