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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia.
Nella quieta cittadina della Galilea si è compiuto, duemila anni fa, l'incontro straordinario tra Dio e l'uomo. Una memoria custodita con cura dalla comunità locale.

Nazareth due passi nel Mistero

Chiara Tamagno
5 aprile 2006
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Circondata da ulivi e da mandorli che spandono i loro profumi,  Nazareth «fiore della Galilea» sorge in una fertile conca punteggiata di case bianche. Un’unica strada principale taglia la città e qui si concentrano i negozi moderni, i supermercati e gli alberghi.

Tutt’intorno la natura sembra custodire il Mistero dell’incontro tra Dio e l’uomo che qui si è realizzato in punta di piedi. Bellezza nascosta, in cui è germogliata la Vita.

Taciuta nell’Antico Testamento, Nazareth compare solo in pochi passi dei Vangeli: a proposito dell’Annunciazione, della vita silenziosa di Gesù e del suo discorso nella sinagoga. «Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (cfr Lc 4,16-30).

Eppure è qui che Dio è entrato nella storia umana, è qui che ha sussurrato la strabiliante notizia all’orecchio della vergine Maria, e fatto Bambino è cresciuto «in sapienza, età e grazia» fino a trent’anni.

La gente di Nazareth si tramanda questa «parentela» con la famiglia di Gesù e ti scopri a scrutare i visi degli abitanti, quasi a voler intuire il profilo di Maria, di suo Figlio… No nostante siano passati duemila anni, la città sembra infatti conservare i tratti del villaggio citato nei Vangeli. È quanto ci dice padre Ricardo Bustos, guardiano della basilica dell’Annunciazione: «Qui vive ancora gente semplice, laboriosa, profondamente legata alla famiglia e alle tradizioni. La solidarietà è molto forte e tutti sanno di tutti. Ad esempio, tutti partecipano alle feste o ai funerali della comunità, sia di famiglie cristiane sia musulmane. Anche noi frati dobbiamo farci presenti in ogni occasione, guai a mancare!».

Di origine argentina, padre Ricardo ha il sorriso accogliente e lo sguardo innamorato del Mistero che la grotta testimonia e che i francescani custodiscono dal 1620, da quando cioè ottennero dall’autorità musulmana del tempo di poter abitare a Nazareth. «Da allora la nostra presenza ha fatto rifiorire la città ed è cresciuto il numero di pellegrini. Durante la dominazione turca, eravamo i garanti dei diritti per i cristiani e il guardiano di Nazareth era chiamato principe della Galilea». Un titolo ormai scomparso, che padre Ricardo scandisce con orgoglio mentre si appoggia il mantello sulle spalle. I francescani sono dunque una presenza ben radicata e vegliano il «cuore» di Nazareth, il luogo dell’Annunciazione.

La grotta in cui, secondo la tradizione, Maria ricevette il messaggio dell’Angelo è oggi all’interno di un imponente santuario in marmo bianco: due chiese sovrapposte, comunicanti attraverso un oculo su cui si innalza la cupola a forma di giglio rovesciato. Progettata dall’italiano Giovanni Muzio e consacrata nel 1969, la basilica fu costruita sul tracciato della precedente chiesa crociata del XII sec.  e conserva alcuni resti dell’antica chiesa bizantina del V secolo.

Entriamo e ci dirigiamo  verso la grotta, considerata parte della casa di Maria. «Ci sono testimonianze di un culto ininterrotto a partire dai primi secoli dopo Cristo, supportate dai ritrovamenti archeologici, come i graffiti a forma di croci e la scritta xe mapia, (“Ave Maria”)» spiega padre Ricardo, attento ad illustrare la storicità del luogo, ma più ancora a preservarne il silenzio. «Questo è il Luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo, a qualunque fede appartenga. Persino gli ebrei entrano qui per curiosità e poi restano attratti dalla grotta, come se cogliessero un mistero di presenza». Presenza che solo nel silenzio si rivela. «Per favorire l’incontro con il Mistero dell’Incarnazione, è importante mantenere il clima di raccoglimento. Fuori  si lascia il brulichio del souk, il vociare dei venditori e dei visitatori, ma quando si varca questa soglia occorre rispettare la sacralità del luogo». 

Frati e volontari a servizio del santuario accolgono i pellegrini tutti i giorni dalle 5.45 alle 21, mentre dalle 18 alle 21 si entra solo per la preghiera. Padre Ricardo ha tante idee per avvicinare la gente al messaggio del luogo: «Ogni giovedì alle 20.30 proponiamo l’adorazione eucaristica  alla grotta. Poche letture e poche parole perché il cuore di ciascuno si apra all’ascolto, come fece Maria. Il primo giovedì del mese c’è la processione con le fiaccole dalla grotta alla Chiesa superiore per rendere visibile il Mistero dell’Incarnazione che attraversa le situazione umane. È il Dio con noi! E ogni sabato sera alle 20.30 andiamo alla fiaccolata esponendo un’icona mariana, dal convento al santuario: un modo per coinvolgere i pellegrini insieme ai cristiani di Nazareth».

Altri progetti brillano negli occhi del padre guardiano che sogna di animare la vita del santuario, pur rispettando i tempi degli uomini. «Qui ci vuole pazienza, ad esempio ci sono voluti 15 anni per abituare i cristiani locali al mese mariano, che oggi è sentito e partecipato. Per la cultura di qui era una novità e come ogni novità deve fare i conti con la tradizione».

Oggi i frati possono contare anche sui volontari, sempre più numerosi: «Sì, sono una presenza preziosa. Vengono da tutto il mondo, meglio se presentati dal loro parroco o da un Commissario di Terra Santa. Offriamo loro vitto e alloggio e chiediamo un impegno di almeno due settimane, al massimo di un mese. Ci aiutano nel servizio al santuario che resta aperto per più di 15 ore al giorno, ma anche in cucina e nei vari lavoretti della nostra comunità».

Quali requisiti occorrono? «La prima condizione è essere chiamati e saper rispondere come Maria, con di sponibilità e apertura. Devono sapersi relazionare con gli altri e saper custodire il clima di raccoglimento. Ognuno offre la sua esperienza e possono nascere progetti molto interessanti. Mi piacerebbe, ad esempio, migliorare l’informazione per i pellegrini, con sistemi di comunicazione adeguati ai nostri tempi… Chissà, la Provvidenza ci manderà qualcuno».

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