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Il dialogo della vita e la «brezza» di Dio

Edoardo Arborio Mella
10 aprile 2006
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Come molti sanno, le Chiese di qui vivono secondo due diversi calendari: i cattolici e i protestanti seguono il nostro calendario gregoriano, gli ortodossi e gli orientali seguono l’antico calendario giuliano, il quale è in ritardo di tredici giorni rispetto al ciclo solare.

Dunque le feste di Natale-Epifania vengono celebrate in date diverse, con la nostra Epifania che corrisponde alla vigilia del Natale ortodosso: felice coincidenza, quest’ul tima, che ogni anno permette di incontrare a Betlemme gli uni e gli altri, di salutarsi e scambiarsi auguri in un’atmosfera festosa per tutti (e Dio sa quanto Betlemme abbia bisogno di feste!).

In quei giorni hanno luogo anche gli auguri ufficiali fra i rappresentanti delle diverse Chiese. Stavolta tutti si sono trovati al patriarcato ortodosso (noto anche come greco-ortodosso). Il patriarca armeno ha pronunciato il discorso a nome anche degli altri, e il neo-eletto patriarca Teofilo III ha risposto affermando che non ci sono diverse Chiese, ma un’unica Chiesa in cerca della piena comunione. Un accento nuovo sulla bocca di una personalità ortodossa.

Sotto questi auspici si è celebrata poco più tardi la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: quella che in Italia si svolge tra il 18 e il 25 gennaio, e che qui ha luogo l’ultima settimana piena di gennaio, da domenica a domenica (quest’anno dal 22 al 29), onde permettere alle Chiese ortodosse e orientali di celebrare prima la loro Epifania. Ogni giorno si è accolti da una Chiesa diversa per una liturgia preparata appositamente, nella tradizione della Chiesa ospitante ma adattata con l’uso di varie lingue. In passato era un evento partecipato praticamente solo dai religiosi stranieri residenti. Si pregava, ci si salutava, si ripartiva. Interessante, vedere tante liturgie diverse.

Poi, inaspettatamente, a partire dagli inizi degli anni Novanta è intervenuto un cambiamento. Hanno cominciato gli armeni a offrire dopo la preghiera un rinfresco a tutti, con bevande calde e fredde e pasticcini, in una sala vicina alla chiesa. Quest’uso è diventato poco a poco generale. Sono occasioni di incontro umano, di scambio di notizie e anche di conoscenza dei padroni di casa. Inoltre i laici locali sono sempre più presenti, almeno nella propria chiesa. Quest’anno, entro preghiere preparate con cura, si è sentito dire più di una volta nelle predicazioni che siamo un’unica Chiesa.

Una novità importante è venuta dalla Chiesa ortodossa. Essa non ha mai partecipato appieno alla settimana: anche in Terra Santa, come e più che altrove, si avverte il suo timore di confusioni teologiche e un’antica diffidenza verso la Chiesa cattolica. Per alcuni anni fu permesso di assistere, il sabato precedente l’inizio ufficiale, alla normale compieta al Calvario in lingua greca. A un certo punto venne la richiesta di smettere (ovviamente è sempre possibile assistere a titolo personale; ma la partecipazione di tante persone in quel contesto era problematica). Qualche anno fa la pratica è ripresa di comune accordo. E quest’anno c’è stata anche da parte loro un’accoglienza ai presenti, in una saletta sotto il Calvario.

Tutto qui?  Sì: nella storia del movimento ecumenico ci sono (accanto al dialogo teologico) anche grandi gesti; ma il quotidiano è fatto di sfumature. Il passaggio di Dio è come una brezza trattenuta: non dobbiamo mai stancarci di essere attenti, se vogliamo ascoltare lo Spirito. Mentre ci prepariamo alla Pasqua, aspettiamo altri piccoli segni.

 
(L’autore è monaco della comunità di Bose a Gerusalemme)

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