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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia.
Stupisce che nel Vangelo di Marco si dedichi tanto spazio alla passione di Cristo. Un racconto che vuole mettere al centro la regalità del Risorto e offrire una parola decisiva sulla vera identità di Gesù.

«Davvero quest’uomo era figlio di Dio»

Giovanni Claudio Bottini
10 aprile 2006
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«Davvero quest’uomo era figlio di Dio»
Antonello da Messina, Cristo morto, Museo del Prado, Madrid

Il racconto della passione di Gesù secondo Marco, probabilmente il più antico, occupa uno spazio così ampio – un quinto di tutta l’opera – da sembrare sproporzionato. Trattandosi di uno scritto realizzato in ambienti nei quali si credeva a Gesù risorto, sorprende che si insista tanto sulla passione. Alla luce della risurrezione, la passione e la morte potevano essere minimizzati come incidenti di percorso presto riparati. L’uomo è portato a vedere tra la passione e la risurrezione l’opposizione e il contrasto che esistono tra umiliazione e glorificazione, tra vittoria e sconfitta. Per la fede cristiana questa è una visione superficiale. Umiliazione della croce e gloria della risurrezione sono profondamente e misteriosamente legate. La liturgia cristiana parla di «beata passione» e di «glorioso combattimento» e con «mistero pasquale» indica la passione, morte e risurrezione di Gesù come un unico evento di salvezza.

Il tema della passione in Marco fa la sua comparsa quasi all’inizio del racconto dove l’evangelista annota: «E i farisei uscirono subito e tennero consiglio contro di lui per farlo morire» (3,6). Gesù ha appena cominciato a predicare e compiere miracoli che si annunzia il conflitto. Questa minaccia della morte violenta si colloca sullo sfondo narrativo dell’intera attività di Gesù e  ritorna con particolare insistenza durante la passione. Dopo la cacciata dei venditori dal Tempio sommi sacerdoti e scribi «cercavano il modo di farlo morire» (11,18). Gli stessi, con l’aggiunta degli anziani, identificati con i vignaioli assassini della parabola raccontata da Gesù, «cercarono di catturarlo» (12,12). Successivamente i medesimi avversari gli mandarono «alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel di scorso» (12,13).

Un elemento ancora più espressivo della presenza della passione sono le predizioni della passione, morte e risurrezione. Esse intervengono dopo che Pietro ha riconosciuto Gesù come Messia e scandiscono le tappe del cammino di Gesù fino a Gerusalemme.

Dopo la professione di fede di Pietro Marco osserva: «E (Gesù) ordinò loro severamente di non parlare di lui a nessuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Gesù faceva questo di scorso apertamente» (8,31-32).

L’evangelista riferisce la fatica dei discepoli nel capire e accettare questo discorso sulla tragica sorte che attendeva il loro Maestro. E giustamente: non si trattava solo di accettare la morte violenta del Maestro, ma di mettersi sul suo cammino. Difatti le predizioni sono seguite da istruzioni riservate ai discepoli che indicano le condizioni per seguire Gesù: prendere la propria croce, servire con umiltà e carità, donare la vita. Al culmine del cammino che fanno insieme, Maestro che precede e discepoli che vanno dietro, Gesù svela la ragione profonda di tutto ciò: «Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (10,45). Presentandosi come il Servo sofferente che avrebbe portato la salvezza, Gesù rivela un tratto della sua identità e il senso sacrificale della sua morte.

L’evangelista Marco espone i fatti nella loro realtà senza riferire discorsi né aggiungere spiegazioni. Sa di raccontare un evento sconcertante nel quale si realizza il piano di Dio e ne accentua gli aspetti contrastanti. Attraverso un crescendo di contrapposizioni egli ci conduce fin sotto la croce, sulla quale Gesù muore, per farci assistere alla sua suprema rivelazione di Figlio di Dio nell’atto di fede del centurione. Marco sottolinea la solitudine nella quale Gesù viene a trovarsi per l’abbandono e la fuga di tutti e il di sprezzo di cui è fatto oggetto nei processi e mentre pende dalla croce. Egli vede nella passione anche il segno dell’obbedienza filiale di Gesù alla volontà del Padre e il suo servizio supremo nei confronti degli uomini che è venuto a riscattare dal peccato con il suo sangue.

L’identità messianica di Gesù proprio quando è proclamata apertamente appare smentita dai fatti e la proclamazione della sua regalità scatena l’odio e il rifiuto.

Il processo di Gesù davanti ai giudei (14,53-72) ha il suo centro nella domanda del sommo sacerdote a Gesù e nella risposta che questi gli dà: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto? Gesù rispose: Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo» (14,61-62). In un consiglio, che si è riunito per processare e condannare a morte Gesù, risuona questa solenne proclamazione della sua messianicità trascendente che provoca condanna e derisione. I membri del sinedrio sentenziano la sua morte e inizia una scena notturna di oltraggi nella quale Gesù è oggetto di sputi, è schiaffeggiato e deriso come profeta. In contrasto paradossale con l’autoproclamazione messianica di Gesù, Pietro non solo non confessa il Cristo, ma nega persino di aver mai conosciuto Gesù. Il processo si chiude con l’immagine di Gesù legato come un malfattore e consegnato al potere pagano. Le contrapposizioni tra la grandezza della dignità proclamata e l’accoglienza vergognosa riservatale non poteva essere maggiore.

Il processo romano (15,1-20) è narrato da Marco in modo da far risaltare un altro aspetto della personalità di Gesù: la sua regalità.

Pilato pone a Gesù questa cruciale domanda: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù risponde solo: «Tu lo dici». Il titolo comporta una connotazione politica, perciò Gesù dà una risposta che esprime una certa riserva. Non rifiuta il titolo «re dei Giudei», ma vuol far capire che la sua regalità non corrisponde a ciò che intende Pilato. Intervengono poi i sommi sacerdoti ad accusare Gesù e Pilato pone altre domande, ma l’imputato non si difende, tace provocando lo stupore del procuratore.

Poi Pilato mette sullo stesso piano il «re dei Giudei», a lui consegnato per invidia e innocente, e Barabba, un ribelle colpevole di omicidio, e li presenta alla folla perché scelga chi liberare. La folla, manovrata dai sommi sacerdoti, si accanisce contro il «re dei Giudei» e chiede che a lui sia inflitto il supplizio della croce riservato ai ribelli, la crocifissione, e Barabba venga rimesso in libertà.

Al rifiuto del popolo, che sfocia nella condanna di Gesù da parte di Pilato, fanno seguito i maltrattamenti dei soldati. È il tema della regalità che si manifesta nella messa in scena dei soldati, i quali si incaricano di intronizzare il «re dei Giudei» rivestendolo di porpora, mettendogli sul capo la corona e prestandogli omaggi di adorazione. Tutti i segni sono stravolti: la corona è fatta di spine intrecciate, i gesti di omaggio sono solo delle derisioni e l’intronizzazione è accompagnata da percosse sul capo e da sputi.

Il racconto della crocifissione (15,22-27) è pieno di richiami al processo davanti a Pilato, incentrato sulla regalità di Gesù, tema che sul Calvario raggiunge la punta estrema di capovolgimento. Al «re dei Giudei» vengono strappate di dosso le vesti, lo si innalza sul trono della croce e gli si danno due ladroni come corte.

Le derisioni scagliate contro il Messia, salvatore crocifisso, riprendono gli elementi del processo dinanzi al sinedrio. I passanti ripetono l’accusa che Gesù ha preteso di distruggere il Tempio e di ricostruirlo in tre giorni. I sommi sacerdoti e gli scribi richiamando la dichiarazione messianica di Gesù sfidano «il Cristo, il re d’Israele» a salvare se stesso dalla morte.

Quando ormai la tensione drammatica ha raggiunto il parossismo, interviene il giudizio di Dio, di cui sono segno le tenebre che nella Bibbia sono associate al giorno del Signore, giorno del giudizio, secondo il profeta Amos (8,9). Al momento del battesimo e della trasfigurazione Dio era intervenuto con una parola di autenticazione a favore di Gesù; al momento della morte invece no. Sul Calvario tutto sembra oscuro e incomprensibile. Anche il grido di Gesù, che rompe il silenzio con le parole iniziali del Salmo 22, sembra porre al suo Dio una domanda che comporta un non capire.

Gesù muore sulla croce emettendo un grande grido inarticolato. Due segni chiaramente collegati con questa morte ne rivelano il significato per la storia della salvezza. Il primo segno riguarda il velo del Tempio che chiudeva il Santo dei Santi; si squarcia a simbolo del libero accesso di tutti i popoli a Dio o a presagio della fine del Tempio. Questo segno può anche indicare il dolore di Dio che abbandona il Tempio.

Il secondo segno è costituito dalla professione di fede del centurione. Marco annota: «Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: "Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!"» (15,39). Di fronte a tutte le prese di posizione dinanzi all’identità di Gesù nel corso del Vangelo e durante la passione, questa del centurione è conclusiva e culminante;  egli ha assistito alla morte di Gesù e la maniera del suo spirare lo conduce alla professione di fede. La croce è lo scandalo, ma è anche il luogo della rivelazione.

La morte di Gesù sulla croce, come Marco la descrive, costituisce la parola decisiva sull’identità di Gesù. La confessione del centurione, diversamente da quella degli altri spettatori che rifiutano la morte di Gesù, mostra che proprio quella morte sulla croce svela l’identità personale di Gesù.

«Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». Questa professione di fede del centurione che riconosce in Gesù crocifisso il Figlio di Dio è la fede della Chiesa di tutti i tempi. Essa non cessa di annunziare e celebrare il mistero pasquale: Cristo morto e risorto per la salvezza di tutti.

(L’autore è decano della facoltà di Scienze bibliche e archeologia presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme)

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