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Ma la morte non prevarrà

mons. David M. Jaeger ofm
19 novembre 2015
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La Terra Santa è per l’umanità l’irrefutabile testimone della speranza che salva. Il pellegrinaggio ai Luoghi Santi della Redenzione, è proclamazione della speranza che nessun assassino potrà mai uccidere.


«Mio padre, professore di storia europea, mi insegnava: «Historia magistra vitae, inutilmente però, perché gli uomini non imparano». Testimone da piccolo dell’insensatezza della prima guerra mondiale, fu costretto dalla seconda a fuggire dalla sua terra, e la successiva tirannia comunista mai gli permise di rientrare, nemmeno per pregare sulle tombe dei genitori; fratelli, sorelle, nipoti, amici, non ebbero poi neppure un luogo di sepoltura, i loro corpi tormentati bruciati nel crematorio del campo di sterminio.

Le nazioni, inoltre, non solo non imparano dal passato, ma commettono gravissimi nuovi errori palesemente tali. Scrivo all’indomani di una conferenza, a Vienna, sulla crisi senza fine in Siria. I morti si contano in centinaia di migliaia, i profughi e gli sfollati in milioni, immensa la distruzione del patrimonio produttivo e culturale; le ripercussioni sul resto della regione, e persino sull’Europa, pessime – e solo adesso le potenze mondiali e regionali cominciano a trattare seriamente sull’unica via d’uscita possibile. Sono le stesse potenze che finora hanno sempre alimentato i roghi perché non si spegnessero… Anzi, anche dopo essersi accordate sulla necessità di fare insieme da pompieri, esse proseguono simultaneamente a fare da incendiari, tanto per essere sicure, ciascuna, che il fuoco cessi soltanto nel momento e nel modo più conveniente.

Su un’altra scala, certamente, incommensurabilmente ridotta, prosegue la situazione conflittuale divenuta perenne in Terra Santa. Tutti sanno, e in tanti lo dicono anche apertamente, che questa non ammetterebbe che una sola soluzione, e cioè la coesistenza di due Stati, l’israeliano esistente e il palestinese nascente. Ma a vent’anni dall’assassinio di chi vi lavorava effettivamente, l’allora premier israeliano Yitzhak Rabin, non se ne parla più seriamente. Meglio, si parla, e tanto, ma non di raggiungere realmente la meta tanto largamente (a parole, s’intenda) condivisa, ma della necessità di parlarne ancora. I saltuari sforzi della diplomazia di altro non trattano che di «riavviare il processo», come se ciò in se stesso fosse più che sufficiente.

Già, Yithak Rabin. Come ogni americano allora vivente ricorda dov’era all’udire la notizia dell’assassinio di Kennedy, così in Israele ciascuno di noi ricorda il momento preciso in cui è stata diffusa l’incredibile notizia dell’uccisione di Rabin. Io mi trovavo a Gerusalemme, in missione, quando una persona amica, che abitava vicino al luogo del delitto, mi chiamò da Tel Aviv quella sera e poi mi aggiornò con il passare dei minuti: «È ferito»; e poco dopo: «È morto». Passai la notte intera ad ascoltare, puntualmente ogni mezz’ora, la ritrasmissione alla radio dell’agghiacciante annuncio, e ogni mezz’ora, puntualmente, le lacrime ricominciavano a scorrere. Era morto, si capiva, non solo un uomo. Quanto di più morì quella notte lo stiamo ancora scoprendo.

Ma la morte non prevarrà. Ci si rifiuta di cedere alla disperazione. La Terra Santa è per l’umanità l’irrefutabile testimone della speranza che salva. Il pellegrinaggio in Terra Santa, ai Luoghi Santi della Redenzione, è proclamazione della speranza che nessun assassino potrà mai uccidere. Dimostriamo così di credere veramente che Gesù crocifisso e morto è risorto e sempre vivo. Alziamoci dunque e andiamo a Gerusalemme. Le sorelle e i fratelli nella fede, che laggiù sempre vivono e di speranza si nutrono, giustamente attendono da noi questa conferma per condividere realmente la fede che professano, nel vincolo della carità che a loro ci unisce.

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