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Tentazioni identitarie e trappola dell’odio

mons. David M. Jaeger ofm
19 gennaio 2015
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L’islamofobia mi preoccupa tanto proprio perché sono ebreo. Le moschee bruciate mi ricordano le sinagoghe che nel corso dei secoli fecero la stessa fine; e la smodata retorica, non solo dei soliti ragazzacci dell’estrema destra delinquenziale, ma anche della gente «perbene», mi ricorda le diatribe antisemite troppo spesso udite sul suolo europeo. Talvolta basta solo cambiare il nome del «destinatario». Ma non può essere sufficiente tale «cambio» per rilegittimare quanto dalla Shoah è già stato delegittimato fino alla fine dei tempi. Qualcuna delle «accuse» più incendiarie rivolte agli ebrei – e ora ai musulmani – e cioè che «fanno troppi figli», è ancor molto più antica dell’antisemitismo europeo. Risale al Faraone, che ordinò la strage dei bimbi ebrei (Esodo 1, 9 e16 e 22).

Noi cristiani dobbiamo stare particolarmente cauti a non cadere nella trappola dell’odio per il diverso, a non lasciare che il nostro lamento per la scristianizzazione di larga parte della Christianitas sconfini nella sia pur «sottile» persecuzione ed esclusione degli «altri», preferendo l’«ex-cristiano» al «mai-finora-cristiano». Così come non dobbiamo lasciarci convincere che l’indicibile cattiveria e crudeltà di alcuni che si dicono guerrieri islamici debba indurci a voler cacciare tutti quanti sono musulmani. Ci basti, in proposito, ricordare che i carnefici di Srebrenica si proclamavano anch’essi difensori dell’Europa cristiana; e altri esempi purtroppo non mancano. Anzi. Se l’Europa sembra staccarsi sempre più dalle sue radici cristiane, non è proprio a causa dei musulmani che vi hanno trovato dimora (anche se non sempre vi trovano ancora accoglienza). E se vogliamo ri-cristianizzare l’Europa, la via maestra non è proprio quella di intimidire e cacciare via quanti sul suo suolo si professano musulmani. Anzi. Certo, non bisogna far finta che l’Europa sia «terra vergine», da essere indifferentemente «presa in possesso» da tutti. La via è sicuramente piuttosto quella dell’evangelizzazione – una strana parola polisillabica che significa semplicemente questo: annunciare la Buona Novella di Gesù Cristo il Figlio di Dio (Vangelo secondo Marco 1,1), a tutti e a ciascuno.

La persecuzione e l’esclusione degli ebrei in Europa non dimostrava loro la bontà del Redentore e la verità del suo Vangelo, ma li convinceva sempre più del contrario. Infatti, trovo particolarmente assurda la tattica degli odierni islamofobi di voler farsi alleati gli ebrei, per costruire un fronte «giudeo-cristiano» capace di dare battaglia ai musulmani, il che sarebbe offensivo nei riguardi sia degli ebrei che dei cristiani. Non è che non vi siano valori giudeo-cristiani – ce ne sono, tanti, ma certamente non sono questi. Tra le tante, tantissime, parole spese in occasione del Sinodo dei vescovi dello scorso ottobre, mi è rimasta in mente specialmente questa frase del cardinale arcivescovo di Monaco di Baviera Reinhard Marx: «L’esclusione non è la via della Chiesa». E neppure lo era dei Profeti degli ebrei.

Accogliendo, amando, rispettando, costruiamo il ponte verso gli altri che vivono accanto a noi nelle «periferie esistenziali» – il ponte che gli araldi del Vangelo possano poi attraversare, per portare Cristo a quanti non lo hanno mai conosciuto, così come ai tanti che non lo conoscono più. L’«identitarismo», invece, non ha nulla a che fare con il cristianesimo, anzi, ne è il contrario. Come lo è, d’altro canto, il relativismo all’apparenza benigno, che consegnerebbe le persone al dominio delle credenze degli antenati come se esse fossero un «destino», piuttosto che un punto di partenza che possa poi essere volutamente superato.

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