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La via crucis dei cristiani e i deliri del califfo

Giuseppe Caffulli
18 settembre 2014
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L’esodo forzato dei cristiani iracheni, costretti a lasciare le proprie case e i propri beni dopo la conquista di Mossul da parte dello Stato islamico, è l’ennesima tragedia che colpisce le comunità del Medio Oriente, provate da martirio e persecuzione. Almeno centomila cristiani, dalle città della Piana di Ninive, hanno raggiunto in agosto, con mezzi di fortuna, il Kurdistan iracheno. «Una catastrofe umanitaria», l’ha definita Louis Raphael I Sako, il patriarca caldeo di Babilonia. Nel mirino del califfato, anche le altre minoranze che abitano la regione settentrionale del Paese: turcomanni, yazidi, shabak. Popolazioni ugualmente invise all’integralismo religioso degli adepti dello Stato islamico (Is), pur essendo (come nel caso di turcomanni e shabak) di religione islamica. Ha destato grande scalpore, per esempio, la distruzione da parte dei miliziani dell’Is delle storiche moscheee del profeta Seth e del profeta Younis, a Mosul considerate «luoghi di apostasia, non di preghiera». La moschea di Younis in particolare (edificata, secondo la tradizione, sul luogo della sepoltura del profeta Giona) era da sempre punto d’incontro tra le varie comunità religiose. Costruito sui resti di un’antica chiesa, il santuario di Giona era da secoli meta di venerazione sia per musulmani delle varie confessioni sia per i cristiani locali.

Uguale impressione ha suscitato, in Libano, qualche settimana dopo, la minaccia della fazione integralista al Nusra di giustiziare ostaggi di osservanza sciita catturati tra le forze dell’esercito di Beirut.

Il delirio integralista dello Stato islamico, che vuole epurare le minoranze cristiane e decretare la fine di ogni possibile convivenza, vuole ora fare piazza pulita anche dell’Islam ritenuto non ortodosso, sia all’interno del mondo sunnita (la confessione islamica a cui appartengono i guerriglieri che si schierano sotto la bandiera nera del califfo) sia nei confronti dei nemici di sempre, i musulmani sciiti (denominazione a cui appartengono per esempio gli Hezbollah libanesi e nella quale si riconosce l’Islam iraniano).

Nel corso della storia il conflitto atavico tra sciiti e sunniti ha scritto pagine che grondano sangue. Se dovesse riaprirsi questo ulteriore fronte interno (che ora preoccupa persino l’Arabia Saudita, notoriamente avvezza a sostenere l’espansionismo musulmano), le tragedie di questo agosto potrebbero essere solo un tristissimo anticipo.

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