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Noi, cercatori delle tracce dello Spirito

fra Gwenolé Jeusset ofm
17 luglio 2014
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Comincio sempre più spesso a guardarmi indietro e a riflettere sul mio percorso di vita e su dove sono arrivato nella missione alla quale fui destinato (senza chiederlo): vivere al ritmo (spesso rischioso) dello spirito di Assisi. Il percorso spirituale di Papa Francesco mi incoraggia molto nel mio «ministero delle frontiere». Tre gli aspetti importanti della mia scoperta evangelica al crocevia delle diverse comunità di credenti: il riconoscimento che lo Spirito Santo soffia davvero dove vuole, una comprensione più vasta del termine «evangelizzazione» e la certezza di essere un mietitore.

Il Signore mi ha fatto la grazia di scoprire lo Spirito al di là delle nostre frontiere ecclesiali. È davanti a noi negli altri, nel cuore dei cristiani impegnati, ma anche in quello dei non cristiani, in questo mondo in gestazione del Regno. Lo Spirito non solo ci spinge, ma ci precede. Prima di portare Cristo, andiamo all’incontro con il suo Spirito già presente nel cuore dell’altro. Il nostro compito non è di essere portabandiera dello Spirito, ma piuttosto scopritori delle sue tracce. Prima di voler accendere come fuoco questo Spirito nel cuore dell’altro, con il rischio e la tentazione di vantarci, prendiamo il tempo necessario per scoprirlo là dove soffia, nella brezza o sotto la brace…

L’evangelizzazione è stata troppo spesso ridotta alla ricerca di conversioni e a una catechesi finalizzata al battesimo. L’evangelizzazione è la proclamazione del messaggio di Gesù attraverso la nostra vita. L’Apostolo diceva: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16), ma all’inizio della stessa epistola aveva detto di aver battezzato molto poco: «Ringrazio Dio di non avere battezzato nessuno di voi, eccetto Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefanàs, ma degli altri non so se io abbia battezzato qualcuno. Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo» (1 Cor 1,14-17). Certo, si potrà ribattere che predicava molto, ma ai Corinzi, di fronte alla loro mancanza di comprensione, diceva anche: «Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non ne eravate ancora capaci» (1 Cor 3,2). L’esperienza di vita tra i musulmani ha mostrato che era cosa buona ispirarsi a questi passi della Scrittura per andare al di là delle frontiere, portando e vivendo il Vangelo. Il salmo 126 (125) parla contemporaneamente di semina tra le lacrime e di raccolta nella gioia, tuttavia dimentichiamo che Cristo non ci ha reclutato per seminare ma per raccogliere. Nella celebre parabola di Luca (8,4-18) è Gesù il Seminatore, due capitoli dopo (10,2), ad affermare: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate…». Il Verbo che ha seminato sin dalla Creazione chiede di pregare per ottenere non tanto seminatori quanto mietitori.

Quando ci si prende troppo facilmente per seminatori, si sbaglia spesso mestiere. Benché questo testimoni una grande generosità, dobbiamo stare attenti a non considerarci dei campioni in caso di successo, e a non scoraggiarci di fronte a Dio e agli uomini in caso di fallimento. Il nostro lavoro consiste, innanzi e soprattutto, nel mietere ciò che il Verbo ha seminato. Lo Spirito aleggia sul raccolto: «Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete» (Gv 4,36).

(traduzione di R. Orlandi)

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