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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Più libri tradotti, più occasioni di dialogo

Camille Eid
21 gennaio 2014
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Ogni anno, a dicembre, Beirut, la capitale libanese, ospita una grande Fiera del libro arabo. Un’occasione, per gli appassionati, di conoscere le novità editoriali, ma anche l’andamento del lavoro di traduzione verso l’arabo delle opere letterarie mondiali. Sin dalla fine degli anni Sessanta, infatti, Beirut funge da cartina tornasole del libro nel mondo arabo e da polmone dell’editoria indipendente. Qui si traducono tra 350 e 450 libri l’anno, da diverse lingue, con un trend in ascesa. Di pari importanza anche l’Egitto, dove il Consiglio supremo della Cultura aveva promosso il progetto di traduzione Mille libri, giunto al suo obiettivo già nel 2006.

Una goccia nel mare delle traduzioni mondiali, forse, se pensiamo che le opere tradotte in greco sono il quintuplo di quelle tradotte in tutto il mondo arabo! Le istituzioni cercano di colmare il divario attraverso accordi di co-edizione internazionali. Un famoso partenariato è quello tra l’egiziana Shourouk e la britannica Penguin la quale ha proposto, a prezzi accessibili per il lettore arabo, grandi opere come l’Odissea, Il Principe di Macchiavelli, Pigmalione di George Bernard Shaw, I grappoli della collera (in italiano Furore) di John Steinbeck e altro ancora.

A livello arabo, la parte del leone la fa ovviamente l’inglese. Solo in Egitto si contano 1.703 titoli tradotti da questa lingua solo negli anni 2000-2006, i quali rappresentano il 77 per cento della torta delle traduzioni. Gli autori anglofoni più tradotti risultano essere quelli moderni e contemporanei. Solo nove quelli «classici», come Shakespeare, Oscar Wilde e Joseph Conrad. Ma l’inglese funge spesso da lingua di transito di altre lingue verso l’arabo. L’Index Translationum mostra così opere di Guy de Maupassant, Jules Verne, Eric-Emmanuel Schmitt, Stefan Zweig, Peter Weiss, Henrik Ibsen, Dino Buzzati, Orhan Pamuk, il coreano Han Su-san e il giapponese Minoru Betsuyaku tradotte attraverso l’inglese. 
Segue poi il francese con il 3 per cento, che in Libano (Paese francofono al 38 per cento) sale al 20 per cento con oltre mille titoli tradotti fino al 2008. Nella quota, accanto agli autori classici e moderni (Garaudy, Sartre, Molière, Hugo, Camus e Malraux), troviamo quelli arabi trapiantati in Francia, come Mohamed Arkoun e Amin Maalouf e tanti altri.

E l’italiano? Uno studioso ha censito qualche anno fa 313 opere tradotte dalla lingua di Dante in arabo. Un numero, questo, che va aggiornato alla luce dell’accordo stipulato tra il progetto Kalima (Parola, in arabo) dell’Ente per la cultura e il patrimonio di Abu Dhabi con l’Istituto per l’Oriente di Roma che si prefigge l’obiettivo di tradurre in arabo tra i 20 e i 40 titoli italiani ogni anno. Gli autori italiani più «gettonati» sono Italo Calvino, Alberto Moravia, Luigi Pirandello e Umberto Eco.

Girando tra gli stand della fiera, è difficile non pensare al ruolo che hanno giocato i nostri antenati, a partire dall’ottavo secolo, nella traduzione in arabo delle opere filosofiche e scientifiche greche. Le scuole di Edessa, Nisibi e Gundeshapur furono dei centri di trasmissione del sapere ai nuovi conquistatori arabi. Tra i famosi traduttori alla corte dei califfi abbassidi al-Mansur e Harun al-Rashid si citano i nomi di Yahya ibn Massawaih, Yahya al-Bitriq (Patricius), Hunayn ibn Ishaq, Qusta ibn Luqa e Yahya ibn Adi. Questi traduttori non solo hanno permesso ai musulmani di avere accesso agli scritti dei sapienti greci, ma anche di salvaguardare questo patrimonio. Nel Medio Evo, i libri tradotti in arabo divennero accessibili ai filosofi e teologi europei, che scoprirono di nuovo l’eredità greca.

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