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Quei fiori che sbocciano dal silenzio

padre Frédéric Manns ofm
27 marzo 2012
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Nel messaggio per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (che si celebra il 20 maggio) il Papa ha ribadito che non esiste comunicazione autentica senza silenzio: «Silenzio e parola sono due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e completarsi (…). Quando parola e silenzio si escludono reciprocamente, la comunicazione si deteriora, sia perché causa un certo stordimento, sia al contrario perché crea un clima di freddezza». La Chiesa, da parte sua, ricorda sempre l’equilibrio tra lavoro pastorale e silenzio perché la Parola di Dio che deve essere annunciata fu data nel deserto del Sinai. Caratteristica del profeta è quella di attualizzare la legge vivente e di meditarla in silenzio. La legge risuona viva nella parola che il Signore pone sulle labbra del profeta. Nella parola profetica il Signore rimane nascosto, come nel sacramento, ma non per questo è meno presente.

L’oracolo del profeta Isaia 35,1 sul deserto che fiorirà ha ricevuto un’interpretazione originale nel periodo bizantino: erano i monaci con la loro vita di penitenza che dovevano far fiorire il deserto. Come la pioggia trasformava il deserto, lo Spirito del Signore illuminava la sua Chiesa con la vita dei monaci. La Terra Santa con i suoi numerosi monasteri ha portato per secoli una luce straordinaria nel mondo cristiano. Uno dei santi monaci che ha illuminato la Chiesa fu  san Giovanni Climaco, ben noto per le icone della scala del Paradiso.

Nato in Siria, il Climaco si trasferì all’età di sedici anni nel monastero del Sinai. Suo maestro era Martyrius. Quando quest’ultimo morì, Giovanni, desiderando praticare più grandi mortificazioni, si trasferì in una caverna ai piedi del Sinai, dove visse come eremita. Rimase in quel luogo circa venti anni. Nel 600, quando ebbe settantacinque anni, i monaci lo persuasero a lasciare il monastero di Raithu sul Mar Rosso dove si era nel frattempo rifugiato, per diventare il loro abate. La sua reputazione crebbe fino ad arrivare a Roma, dove papa Gregorio Magno si raccomandò alle sue preghiere. Dopo quattro anni diede le dimissioni da abate e tornò al suo romitaggio per prepararsi alla morte.

Il suo libro più bello è La Scala del Paradiso, composto su richiesta dell’abate di Raithu. Giovanni descrive il metodo con cui innalzare l’anima a Dio, utilizzando il simbolo della Scala. Enuclea le virtù e i difetti della vita monastica, individuando nella pratica della Preghiera del Cuore l’essenza della beatitudine cristiana. Trenta gradini che corrispondono all’età di Gesù quando iniziò il suo ministero, devono essere superati. Molte icone raffigurano monaci che salgono la scala: in alto ad essa Gesù accoglie chi riesce ad arrivare, mentre nel mezzo i diavoli cercano di far cadere giù i monaci, indipendentemente dal gradino che hanno raggiunto.

Benedetto XVI nelle sue catechesi settimanali del 2009 ha ricordato l’esempio del monaco Climaco. Egli ci insegna che le passioni non sono di per sé cattive. Lo divengono soltanto quando la libertà umana ne fa un uso cattivo. Purificate, le passioni aprono per l’uomo il cammino verso Dio unendo ascesi e grazia. La pace interiore prepara alla preghiera del corpo e alla preghiera del cuore. L’ultimo gradino è consacrato alla fede e alla speranza, ma soprattutto alla carità. L’esperienza dell’Eros fa avanzare l’anima verso Dio meglio che la lotta contro le passioni. L’ascensione verso Dio conosce tanti ostacoli. è un cammino da intraprendere non da solitario, ma in comunione con gli altri.

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