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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Primavera araba e cultura dei diritti

Camille Eid
22 luglio 2011
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La cosiddetta «primavera araba» è stata al centro dell’incontro annuale del Comitato scientifico della Fondazione Oasis del giugno scorso in presenza di un’ottantina tra studiosi, vescovi ed esponenti delle Chiese dell’Africa del Nord e del Medio Oriente, toccate dalle recenti insurrezioni. Cristiani e musulmani hanno meditato insieme sulle cause del disagio, sui possibili prossimi scenari e su alcune analogie con le esperienze europee, in particolare riguardo il concetto di «laicità».

Da questa riunione sono emerse molte riflessioni utili a decifrare quanto sta accadendo nel mondo arabo. Il cardinale Angelo Scola, fondatore di Oasis e di fresca nomina alla sede arcivescovile di Milano, ha così sottolineato come la recente stagione abbia evidenziato – al di là di reazioni immediate ottimiste o pessimiste – che le società civili di molti Paesi arabi avvertono la necessità di un criterio nuovo per la regolazione di uno spazio pubblico maggiormente plurale, comunque si voglia chiamare tale principio: nuova laicità, con-cittadinanza, stato civico. «I movimenti nordafricani sono nati come rivolte a partire da bisogni economici – ha osservato Scola – ma poi hanno cominciato a mettere in campo anche una certa idea dell’uomo e della società. Se ora vogliono diventare “rivoluzioni”, è questa stessa idea che devono approfondire».

Come molti partecipanti ai lavori hanno richiamato, in Medio Oriente è risuonata, al fondo delle richieste di lavoro, di dignità, di democrazia, la domanda radicale su che tipo di uomo vuol essere l’uomo del terzo millennio. Ma sull’altra sponda del Mediterraneo sta davvero nascendo una soggettività sociale e politica nuova? Sì, ha ammesso Olivier Roy, uno dei massimi esperti di società islamiche contemporanee: «La generazione protagonista della rivoluzione in Egitto e Tunisia è segnata dall’individualismo, dimostra di non essere sottomessa al potere, neppure alla famiglia. E quanto è accaduto testimonia che il popolo non è più considerato come entità sacra». Per Roy la «primavera araba» ha lasciato sul campo varie questioni: l’assenza di realtà istituzionalizzate (come i partiti) necessarie per favorire il passaggio verso forme democratiche effettive; la fragilità dell’islam politico che non può più ambire a divenire un progetto politico globale; il coinvolgimento di persone delle più disparate provenienze che si sono mosse in modo individuale e piuttosto disordinato, talvolta contro le indicazioni dei loro tradizionali punti di riferimento.

Come i cristiani e i musulmani sapranno porsi di fronte alle provocazioni di questo cambiamento? Intorno al nodo della laicità, trattato con molta prudenza e in un incessante paragone reciproco, i soggetti in campo devono trovare una consistenza che permetta alla libertà personale e civile, quindi alla libertà religiosa, di crescere in tutte le sue componenti. Padre Salim Daccache, preside della facoltà di Scienze religiose all’Università Saint-Joseph di Beirut, ha espresso dubbi sulla disponibilità delle società arabe ad accettare la laicità, intesa come separazione integrale tra religione e Stato. Padre Daccache ha quindi invitato a riformulare il concetto di laicità per adeguarlo a delle società caratterizzate da un pluralismo religioso, etnico e culturale in cui la posta in gioco è rappresentata dall’accettazione del pluralismo come accettazione delle differenze. È importante, ha spiegato ancora, instaurare una cultura civica dei diritti e dei doveri che mantiene il legame del cittadino con le proprie radici religiose e confessionali, piuttosto che marginalizzare tali radici a favore di una cultura che limita il ruolo della religione.

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