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I partiti islamici? «Una» tra le voci

Camille Eid
14 marzo 2011
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Uno spauracchio viene agitato per quanto riguarda i Paesi che hanno assistito (o stanno assistendo) a rivolte popolari: quello dell’insediamento di governi islamici radicali maldisposti nei confronti dell’Occidente. In Egitto, si evoca così la possibilità per il movimento dei Fratelli musulmani, ufficialmente fuorilegge sin dal 1954, di diventare ora il principale partito politico alle prossime elezioni, mentre in Tunisia si parla del ritorno sulla scena politica del più importante movimento islamico del Paese, Ennahda. Per la Libia, infine, si evoca addirittura la trasformazione del Paese in una base qaedista legata al jihad internazionale.

Simili tesi allarmistiche non aiutano a farsi un buon giudizio delle rivoluzioni che stanno cambiando radicalmente il volto del mondo arabo. Certamente, non mancano elementi che fanno pensare ad una possibile una «rivincita» dell’islam politico fino a poco fa represso in diversi Paesi. In Egitto, la Fratellanza non ha così perso tempo nell’impostare le basi di una nuova rinascita politica. Diversi leader del movimento sono stati scarcerati, mentre altri sono tra coloro che discutono con l’attuale governo le riforme costituzionali e il piano di transizione. Stessa evoluzione in Tunisia, dove alle prossime elezioni potrà partecipare Ennahda, dopo oltre vent’anni di esclusione dalla vita politica. Il governo ad interim ha infatti dato, il primo marzo scorso, il nullaosta ufficiale alla ripresa delle attività di questo movimento, che ora potrà costituire un partito politico. 

Questo aspetto non deve, tuttavia, celare altre realtà. Anzitutto, quella che i partiti islamici non sono la forza trainante delle manifestazioni di piazza che hanno portato alla caduta o al ritiro dei dittatori e all’avvio di un nuovo processo. Semmai, sono stati «una» tra tante altre forze che comprendono movimenti laici o di sinistra, ma soprattutto una maggioranza di gente apolitica che chiede semplicemente di riconquistare, dopo decenni di oppressione, dignità e libertà. Nessuno ha mai messo in dubbio, neppure all’ombra dei vecchi regimi, il consenso che tali movimenti islamici hanno sempre vantato. Prima delle ultime elezioni egiziane, segnate da evidenti brogli e larghi boicottaggi, gli affiliati ai Fratelli musulmani occupavano (anche se in via non ufficiale) il 20 per cento dei seggi del Parlamento. E probabilmente ne avrebbero occupati il doppio se fosse stato loro permesso di fare una vera campagna elettorale. Da non trascurare anche le aperture degli stessi leader islamici al pluralismo e alla democrazia. Essam al-Erian, membro di spicco dei Fratelli, ha ricordato il rifiuto da parte del gruppo di «uno Stato religioso» in Egitto, mentre il leader di Ennahda tunisino, Rached Ghannouchi, rientrato da poco dal suo lungo esilio londinese, ha collocato il suo movimento nel solco del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) della Turchia, guidato dal premier Tayyip Erdoğan.

Se le cose stanno veramente così, significa che siamo sulla strada giusta. Fino a poco tempo fa, l’Occidente si piegava volentieri al ricatto dei dittatori arabi («se me ne vado, arrivano gli islamici») chiudendo un occhio sulle violazioni dei diritti umani più basilari. Niente invece sarebbe più auspicabile, tra i buoni esiti delle rivoluzioni in atto, di una partecipazione attiva di tutti, movimenti islamici compresi, al dibattito politico generale. Se l’Occidente non riesce a sostenere il mondo arabo nel cambiamento in atto, i suoi argomenti a favore della democrazia e dei diritti umani non avranno più alcun senso.

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