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La fecondità del paradosso

Elena Lea Bartolini
30 settembre 2009
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Diceva Rabbi Mendel di Kotzk: «Tre cose convengono a un ebreo: una genuflessione in piedi, un grido silenzioso, una danza immobile». È una modalità tipicamente chassidica – da ricondursi quindi ad una famosa corrente mistica dell’ebraismo che dal 1750 ad oggi continua a trovare seguaci – che esprime con questa singolare affermazione una caratteristica fondamentale del modo di pensare semitico: il paradosso non è insensato, è non è neppure un pensiero estremo sebbene rimandi di fatto a due polarità fra loro contrapposte, in quanto per l’ebreo costituisce un criterio di intelligibilità secondo la logica della creazione. Nel libro della Genesi infatti si attesta che Dio crea separando realtà che tra loro si oppongono: luce e tenebra, terra e acqua, luci per il giorno e luci per la notte, e questo deve servire all’uomo per distinguere i giorni, le settimane, i mesi e le stagioni (cfr. Gen 1,1ss.). Tali contrapposizioni sono pertanto finalizzate alla comprensione: capisco cosa è la luce solo in rapporto alla tenebra, distinguo la terra asciutta solo in rapporto al mare e, paradossalmente, anche il bene in rapporto al male (cfr. Gen 3,1ss.). Per questo anche la tradizione rabbinica preferisce non utilizzare il principio aristotelico di «non contraddizione» ritenendo che il paradosso possa favorire meglio una sana dialettica sempre pronta a riaprire discussioni alla luce di nuove domande.

Ne risulta che, proprio in relazione all’uso della libertà la quale presuppone la convivenza nell’uomo di due istinti fra loro contrapposti, si arrivi ad affermazioni come quella del Baal Shem Tov, il fondatore del chassidismo, che precisa: «Il male è sede del bene. Non esiste il male assoluto», e sulla stessa linea Rabbi Mendel di Kotzk aggiunge: «In ogni cosa ci sono scintille divine. Anche nel peccato e nell’empietà». Sono tutte affermazioni che cercano di evitare qualsiasi pensiero dualista che riconduca il male a una sorta di «anti-Dio», preferendo invece la prospettiva biblica nell’orizzonte della quale il male appartiene a un mistero di sofferenza nel quale anche Dio stesso è coinvolto.

Non a caso la tradizione insegna che è necessario «benedire» sia nel bene che nel male, sia nella gioia che nel dolore, proprio perché tutto proviene dall’unico Signore della storia, e anche questo fa parte della logica del paradosso. Pertanto, come ricorda Rabbi Bunam di Peshischa: «Il vero peccato dell’uomo» non tanto compiere il male – che comunque è da condannare – ma consiste soprattutto nel fatto «che potrebbe tornare a Dio in qualsiasi momento e non lo fa»; inoltre, Rabbi Dov Ber di Mesritsch precisa che «la scintilla più santa si trova al livello più basso. Per questo si dice che i perfettamente giusti non possono arrivare là dove stanno coloro che si pentono».

Si tratta allora di dover per forza scegliere di compiere il male per poter sperimentare il bene? Assolutamente no. Si tratta semmai di imparare a scegliere il bene nella consapevolezza che la «perfezione assoluta» non è di questo mondo, che è possibile sbagliare, e che il peccatore non va condannato ma incoraggiato al pentimento, anche nel caso in cui fosse il nostro peggior nemico. In questo sta il vero amore che, se autentico, sa arrivare fino al paradosso. Ricorda al riguardo Rabbi Israel di Wiznitz: «Amo a tal punto il mio nemico, che anche lui sarà costretto ad amarmi». (I detti dei rabbi citati si trovano in: V. Malka, Così parlavano i chassidim, Paoline, Milano 1996).

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