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Cosa cambia dopo il congresso di Fatah dell'agosto scorso a Betlemme.

Brilla la stella di Barghuti, il leader prigioniero d’Israele

Paolo M. Alfieri
30 settembre 2009
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Brilla la stella di Barghuti, il leader prigioniero d’Israele
Il palestinese Marwan Barghuti, dal 2002 è detenuto nelle carceri israeliane.

C’è chi ha parlato di rivoluzione generazionale, chi della fine dell’era Arafat; chi, ancora, di un riassetto pilotato da Abu Mazen. Comunque lo si guardi, il congresso celebrato ad agosto da Fatah a Betlemme, il primo dopo vent’anni, è destinato a imprimere una svolta non solo negli equilibri di forza interni al movimento, ma anche, più in generale, nelle complesse dinamiche dei movimenti palestinesi e nei rapporti della fazione con Israele e il mondo arabo. L’esito del voto per il rinnovo del Comitato centrale – 18 le poltrone di vertice in palio, altre 4 attribuite invece per cooptazione – e del Consiglio rivoluzionario (70 volti nuovi su 81) di certo non è stato scontato.

Dal Comitato centrale, in particolare, escono di scena – non senza contestazioni velenose – notabili del partito come l’ex premier 72enne Abu Ala (Ahmed Qrei), tra le figure simbolo dell’era Arafat, e, con lui, altri veterani della generazione del fondatore del movimento. Solo quattro, invece, i membri confermati. Dentro, poi, un gruppo di 50enni formatisi nei Territori sotto l’occupazione israeliana, capace di coagulare intorno a sé il consenso dei 2.300 delegati di Betlemme. Tra essi spicca il nome di Marwan Barghuti, tra i leader della seconda intifada, arrestato da Israele nel 2002 e condannato a cinque ergastoli per complicità in attentati sanguinosi.

Spazio nel Comitato centrale anche per Mohammad Dahlan, 48 anni, ex uomo forte dei servizi di sicurezza di Fatah a Gaza (considerato da Hamas un nemico giurato) e il suo ex omologo in Cisgiordania (e rivale) Jibril Rajub, 56 anni. E poi, ancora, il capo negoziatore Saeb Eerekat, un diplomatico garante della via negoziale molto gradito a Washington, e Nasser al-Kidwa, nipote di Arafat anch’egli con la fama di «moderato». Ripescato solo in extremis, invece, Tayyeb Abdel Rahim, capo di gabinetto della presidenza dell’Anp, uno dei pochi «senatori» superstiti della vecchia guardia. Rieletto per acclamazione alla guida del movimento, poi, il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), colui che raccoglie i maggiori frutti di un congresso dal quale Fatah esce, a suo dire, «molto rafforzato». 

I sondaggi, peraltro, gli danno ragione. Secondo una rilevazione condotta pochi giorni dopo la conclusione dell’assise di Betlemme, nel caso di elezioni legislative Fatah otterrebbe il 44 per cento dei consensi contro il 28 per cento di Hamas. E se si votasse per la presidenziali, Abu Mazen conquisterebbe il 52 per cento dei voti rispetto al 38 per cento di Ismail Haniyeh, premier del governo di Hamas a Gaza. Lo scarto, peraltro, sarebbe ancora più forte se a candidarsi al posto di Abu Mazen fosse Barghuti, al quale andrebbe il 62 per cento contro il 31 per cento di Haniyeh.

La popolarità di Fatah, insomma, sembra in ascesa. I suoi obiettivi sono chiari: la creazione di uno Stato palestinese e l’impegno al negoziato, ma senza rinunciare al «diritto alla resistenza» in caso di stallo. Per Hamas, ancora cauta verso l’esito del congresso di Betlemme, «sembra che Fatah abbia deciso di scegliere la via del negoziato con Israele come unica opzione». Ma il giudizio del movimento islamico-radicale per ora resta sospeso, e dipenderà anche dalla posizione che Fatah assumerà sulla riconciliazione tra le fazioni palestinesi e sulla resistenza all’occupazione israeliana.

A questo proposito, nella prima riunione del nuovo Comitato centrale di Fatah tenutasi a Ramallah, Abu Mazen ha ribadito che la ripresa del processo di pace è condizionata  a quel congelamento degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme Est che anche l’amministrazione Usa di Barack Obama ha sollecitato al governo di Benyamin Netanyahu.  Ha poi aggiunto, il presidente dell’Anp, che i negoziati non possono ripartire da zero, ma devono poggiare sulla piattaforma di compromesso già sottoscritta dal predecessore di Netanyahu, Ehud Olmert. La replica di Netanyahu non si è fatta attendere: «Israele, Stati Uniti e altre parti sono interessati alla ripresa dei colloqui diretti di pace tra Israele e i palestinesi. Potrebbe accadere prima della fine di settembre, ma dovremo prima arrivare a intese con gli americani e i palestinesi».

La chiave, secondo alcuni analisti, sarebbe uno scambio: Usa, Francia e Gran Bretagna adotterebbero all’Onu sanzioni più dure contro l’Iran, mentre Israele congelerebbe per 9-12 mesi ogni nuovo insediamento in Cisgiordania (eccettuata la zona di Gerusalemme Est e le 2.400 case già in costruzione). Ma Netanyahu, al riguardo, ha parlato di «voci senza fondamento».

I contatti, comunque, sono in corso. Così come il dibattito interno a Israele, dove, evidentemente, si è guardato con grande interesse al congresso di Betlemme. Per il ministro (laburista) Benyamin Ben Eliezer, bisogna «liberare immediatamente Barghuti e sedersi con lui al tavolo dei negoziati, perché non c’è nessun altro, a parte lui, capace di prendere decisioni difficili». Ma dal Likud, il partito di destra di Netanyahu, la replica è che «la scarcerazione di un assassino non ci porterà alla pace».

Ancor più netto, sulle novità di Betlemme, il giudizio del ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, il quale ha detto di dubitare che, sedici anni dopo gli accordi israelo-palestinesi di Oslo, una pace con i palestinesi sia possibile «nemmeno tra altri sedici anni». Lieberman si è attirato critiche feroci da parte della stampa israeliana per le sue dichiarazioni, e la sua posizione non è condivisa nemmeno a livello politico. Da parte sua, invece, il capo del governo dell’Anp, Salam Fayyad, è convinto che uno Stato palestinese indipendente sia «possibile» già nel giro di un paio d’anni. La stessa convinzione che, nemmeno tanto velatamente, anima il presidente americano Barack Obama.

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