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Ha da poco compiuto cent'anni il santuario di Harissa, il centro mariano più importante del Libano, meta ogni anno di una moltitudine di pellegrini.

Nostra Signora del Libano

Alessandra Cardone
15 luglio 2009
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Nostra Signora del Libano

La statua della Vergine si erge bianca sulla collina, a 650 metri di altezza, a braccia aperte: quasi a voler chiamare a sé il mare e la cittadina di Jounieh, distesa sulla costa sottostante il santuario di Harissa.

Harissa è una visione particolare ed emozionante per i fedeli e per ogni turista che visita questo luogo sacro, costruito vicino al villaggio di Daroun, a circa 20 chilometri dalla capitale Beirut. E per le comunità cristiane libanesi riveste una grande importanza, religiosa e simbolica. «Per i libanesi – spiega Khalil Alwan, rettore del santuario di Harissa – è il simbolo della devozione a Maria. Ovunque siano arrivati, nella loro diaspora, i libanesi cristiani hanno portato con sé l’immagine della Madonna di Harissa. E copie della statua si trovano ai quattro angoli del mondo, da New York al Sudafrica, dal Canada a Rio».

Harissa venne scelta come sede del santuario nel 1904, in occasione del cinquantesimo anniversario della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione da parte di Papa Pio IX. Due anni dopo l’enorme statua – 15 tonnellate di bronzo, rivestito di bianco – venne trasportata da Parigi in Libano. E posta sull’alto piedistallo a spirale dal quale, ancor oggi, domina la valle.

Nel 1908 l’inaugurazione ufficiale, presieduta dal patriarca maronita monsignor Elias Hoyek. E da allora, il primo maggio di ogni anno, si celebra l’inizio del mese mariano con la festa di Nostra Signora del Libano.

Nel tempo, il santuario di Harissa è diventato un centro nevralgico che avvicina tutte le comunità cristiane del Paese. Nelle immediate vicinanze si trovano la sede patriarcale maronita di Bkerké, la sede della nunziatura apostolica in Libano, il convento dei padri Missionari di San Paolo (Chiesa melkita), il convento dei padri francescani, la sede del patriarcato siro-cattolico e quella del patriarcato armeno-cattolico.

Ma, come ricorda padre Khalil «il santuario è visitato anche da fedeli musulmani, che venerano l’immagine di Maria. Ogni anno arrivano qui pullman in visita dall’Iran, per esempio. E anche tra i musulmani o i drusi libanesi, Harissa è importante».

In tutto il Paese si trovano santuari mariani, meno conosciuti di quello di Harissa, ma altrettanto venerati dalle diverse comunità cristiane: Balamand, Bikfaya, Bzommar, Kannubin, Ksara, Magdouché, Zahlé…

E nella maggior parte delle chiese, c’è almeno un altare consacrato alla figura della Madre di Dio.

I maroniti – la più numerosa comunità cristiana del Paese – hanno una particolare devozione a Maria. Al termine di ogni celebrazione eucaristica, l’immagine della Madonna tra le mani, il sacerdote si rivolge ai fedeli invocando l’intercessione della Madre di Dio, la Vergine Maria sulla comunità.

In un Paese che vanta antichissime radici cristiane ma un presente molto incerto, il santuario di Harissa ha anche un profondo valore simbolico per i cristiani.

Il Libano – pur con tutta la sua instabilità – rimane la società più pluralista in una regione dominata dalle due principali comunità musulmane, quella sunnita e quella sciita.

Vi convivono 18 gruppi confessionali diversi. Ma il crescente senso di isolamento e vulnerabilità dei cristiani (che in mancanza di un censimento reale si stimano intorno al 35-40 per cento della popolazione) è evidente. Ed evidente il timore di non poter conservare il proprio ruolo e il proprio spazio in un Paese che attraversa un profondo conflitto interno.

In questo contesto si capisce perché i cristiani libanesi percepiscano Nostra Signora del Libano anche come simbolo di conforto. Come una rassicurazione: che in Libano ci sarà sempre posto per la comunità cristiana.

Al tempo stesso – padre Khalil ci tiene a sottolinearlo – «Harissa è sempre stato un rifugio per tutti i libanesi, cristiani e non». Per questo, il direttore del santuario lo definisce «simbolo dell’unità nazionale». 

Nel 1997, in una storica visita al Paese dei cedri, Giovanni Paolo II celebrò la Messa proprio ad Harissa. Padre Alwan se la ricorda bene: «Tutto era stato preparato con grande attenzione, un’elaborata cerimonia, l’omelia e la benedizione del Santo Padre dentro la Chiesa…. Si era pensato a ogni dettaglio – ricorda – ma quando il Papa vide così tanta folla in attesa, molta più di quanta ne potesse contenere la chiesa, volle andare fuori, volle essere vicino a tutta quella gente».

Fu in quella visita, dalla collina di Nostra Signora di Harissa, che Giovanni Paolo II definì il Libano «un messaggio di tolleranza e apertura» per il mondo.

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