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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia.
Nel lasciare la Terra Santa, all'aeroporto di Tel Aviv il Santo Padre ha ricapitolato le tappe del suo viaggio: la relazione inscindibile con il popolo ebraico e la visita allo Yad Vashem, la condanna della Shoah, la necessità di por fine alla violenza.

Sono venuto da amico

Giuseppe Caffulli
18 giugno 2009
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Sono venuto da amico
Tel Aviv, 15 maggio 2009. Il presidente di Israele Shimon Peres rivolge il discorso di saluto al Papa che riparte per Roma. Accanto a Benedetto XVI siede il primo ministro Benjamin Netanyahu.

Una lunga fila di ministri e capi religiosi (non solo cristiani) ha salutato il 15 maggio alle 13.30, ora di Tel Aviv, Papa Benedetto XVI, in partenza dall’aeroporto Ben Gurion al termine del suo viaggio in Terra Santa. Un viaggio difficile, pieno di insidie, che però si è risolto con un bilancio positivo. I media israeliani hanno sottolineato a più riprese alcune «freddezze» di Benedetto XVI (soprattutto se paragonato alla straordinaria capacità comunicativa di Giovanni Paolo II: «il Papa rock star», lo ha definito il Jerusalem Post) e alcune presunte «reticenze», in merito alla Shoah e al nazismo. Ma il Papa tedesco quello che voleva dire l’ha certamente detto. Forse non nella forma che molti s’aspettavano, ma sicuramente nella sostanza non ha tralasciato nulla.

Nella sua tappa palestinese, mercoledì 13 maggio, per esempio, ha ribadito la richiesta di uno Stato per ciascuno dei due popoli, chiesto un serio impegno per riprendere con forza il cammino verso la pace. E auspicato che si resista all’uso della violenza come strumento per dirimere i conflitti, ma che si ponga fine all’oppressione e che si «abbatta il muro». Quello di cemento, naturalmente, ma prima di tutto quello che separa le storie di israeliani e palestinesi, che impedisce di avere relazioni basate sulla verità e sulla reciproca stima. Tocca anche alle religioni fare la propria parte, aiutando i due popoli a tessere relazioni basate su una cultura della riconciliazione e della pace. Per poter guardare al futuro con serenità, trasformando il sogno della pace in una realtà duratura.

Accolto all’arrivo al Ben Gurion dal presidente israeliano Shimon Peres (che lo ha ringraziato e ha sottolineato alcuni momenti importanti del viaggio: lo Yad Vashem appunto, e la netta condanna verso chi strumentalizza la religione a scopi politici, giustificando il terrorismo in «nome di Dio») e dal premier Benjamin Netanyahu, il Papa ha pronunciato il suo discorso di congedo, mentre una brezza insistente proveniente dal mare soffiava sulla pista dell’aeroporto: «Mentre mi dispongo a ritornare a Roma, vorrei condividere con voi alcune delle forti impressioni che il mio pellegrinaggio in Terra Santa ha lasciato dentro di me. Ho avuto fruttuosi colloqui con le Autorità civili, sia in Israele, sia nei Territori Palestinesi, e ho constatato i grandi sforzi che entrambi i Governi stanno compiendo per assicurare il benessere delle persone. Ho incontrato i Capi della Chiesa cattolica in Terra Santa e mi rallegro di vedere il modo in cui lavorano insieme nel prendersi cura del gregge del Signore. Ho anche avuto la possibilità di incontrare i responsabili delle varie Chiese cristiane e comunità ecclesiali, nonché i capi di altre religioni in Terra Santa. Questa terra è davvero un terreno fertile per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso e prego affinché la ricca varietà della testimonianza religiosa nella regione possa portare frutto in una crescente comprensione reciproca e mutuo rispetto».

Al suo arrivo in Terra Santa, ricevuto nella residenza presidenziale a Gerusalemme, Benedetto XVI aveva piantato un ulivo insieme a Shimon Peres. E proprio da quell’episodio prende le mosse il Santo Padre per ricordare ancora una volta (come già aveva fatto in Giordania, al Monte Nebo) il «legame inscindibile» che unisce i cristiani al popolo d’Israele. «L’albero di olivo, come Ella sa, è un’immagine usata da san Paolo per descrivere le relazioni molto strette tra cristiani ed ebrei. Nella sua Lettera ai Romani, Paolo descrive come la Chiesa dei Gentili sia come un germoglio di olivo selvatico, innestato nell’albero di olivo buono che è il Popolo dell’Alleanza (cfr 11, 17-24). Traiamo il nostro nutrimento dalle medesime radici spirituali. Ci incontriamo come fratelli, fratelli che in certi momenti della storia comune hanno avuto un rapporto teso, ma sono adesso fermamente impegnati nella costruzione di ponti di duratura amicizia».

E poi il ricordo della visita allo Yad Vashem, «uno dei momenti più solenni della mia permanenza in Israele», dove il Papa ha reso omaggio alle vittime dell’Olocausto. «Lì – ha detto il Papa – ho anche incontrato alcuni dei sopravvissuti. Quegli incontri profondamente commoventi hanno rinnovato ricordi della mia visita di tre anni fa al campo della morte di Auschwitz, dove così tanti ebrei (madri, padri, mariti, mogli, figli, figlie, fratelli, sorelle, amici) che furono brutalmente sterminati sotto un regime senza Dio che propagava un’ideologia di antisemitismo e odio. Quello spaventoso capitolo della storia non deve essere mai dimenticato o negato. Al contrario, quelle buie memorie devono rafforzare la nostra determinazione ad avvicinarci ancor più gli uni agli altri come rami dello stesso olivo, nutriti dalle stesse radici e uniti da amore fraterno».

Ringraziando per l’ospitalità riservatagli nel corso di questo viaggio, il Papa ha sottolineato di essere venuto «a visitare questo Paese da amico degli israeliani, così come sono amico del popolo palestinese. Gli amici amano trascorrere del tempo in reciproca compagnia e si affliggono profondamente nel vedere l’altro soffrire. Nessun amico degli israeliani e dei palestinesi può evitare di rattristarsi per la continua tensione fra i vostri due popoli. Nessun amico può fare a meno di piangere per le sofferenze e le perdite di vite umane che entrambi i popoli hanno subito negli ultimi sei decenni».

Infine un appello pronunciato con forza: «Mi consenta di rivolgere questo appello a tutto il popolo di queste terre: non più spargimento di sangue! Non più scontri! Non più terrorismo! Non più guerra! Rompiamo invece il circolo vizioso della violenza. Possa instaurarsi una pace duratura basata sulla giustizia, vi sia vera riconciliazione e risanamento. Sia universalmente riconosciuto che lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. Sia ugualmente riconosciuto che il popolo palestinese ha il diritto a una patria indipendente sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente. Che la soluzione di due Stati divenga realtà e non rimanga un sogno. E che la pace possa diffondersi da queste terre; possano essere "luce per le Nazioni" (Is 42,6), recando speranza alle molte altre regioni che sono colpite da conflitti. Una delle visioni più tristi per me durante la mia visita a queste terre è stato il muro. Mentre lo costeggiavo, ho pregato per un futuro in cui i popoli della Terra Santa possano vivere insieme in pace e armonia senza la necessità di simili strumenti di sicurezza e di separazione, ma rispettandosi e fidandosi l’uno dell’altro, nella rinuncia ad ogni forma di violenza e di aggressione. Signor Presidente, so quanto sarà difficile raggiungere quell’obiettivo. So quanto sia difficile il Suo compito e quello dell’Autorità palestinese. Ma Le assicuro che le mie preghiere e le preghiere dei cattolici di tutto il mondo La accompagnano mentre Ella prosegue nello sforzo di costruire una pace giusta e duratura in questa regione».

Davvero in questo viaggio alle radici della fede la Chiesa universale si è stretta insieme alle Chiese di Terra Santa per invocare la pace su questa terra. Il pellegrinaggio di pace di Benedetto XVI resterà sicuramente come un tassello importante verso la costruzione di un nuovo assetto nelle relazioni tra israeliani e palestinesi in Terra Santa.

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