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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia
Nella vivace Haifa, la città portuale affacciata sul Mediterraneo, la scuola carmelitana è un modello di vita e di dialogo. La dirige una donna araba e cristiana che si sente cittadina del mondo.

Anna Maria Karram. L’amore nelle piccole cose

Chiara Tamagno
21 gennaio 2009
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Anna Maria Karram. L’amore nelle piccole cose
La professoressa Anna Maria Karram. (foto P. Cagna)

Nell’ufficio di presidenza della Carmel School di Haifa c’è un via vai di persone: insegnanti, allievi, genitori, operatori scolastici… Ma la preside trova tempo per tutti e ha una parola d’incoraggiamento per ciascuno. Grandi occhi verdi, sorriso solare, Annamaria Karram, classe 1965, svolge questo incarico da sette anni, dopo aver insegnato matematica per una dozzina d’anni e, ancor prima, aver lavorato come impiegata in una ditta di import- export.

«Sono cristiana, araba palestinese e cittadina israeliana», dice di sé. Un’identità complessa, comune a tanti abitanti della Galilea: «Anche a me manca una patria, vorrei sentirmi rappresentata da una bandiera, cantare l’inno nazionale… ma ho risolto il problema sentendomi cittadina del mondo, come figlia di Dio. L’appartenenza cristiana per me è più forte di quella politica: quando ci saranno due Stati, uno israeliano e l’altro palestinese, non so da che parte starò, ma so che mi sentirò innanzitutto cristiana». Una condizione, quella dei cristiani mediorientali, che non è ben conosciuta in Occidente ed è spesso ignorata anche dagli stessi pellegrini cristiani che visitano la Terra Santa. «Vorrei che i cristiani d’Occidente fossero più coscienti che ci sono cristiani arabi in Terra Santa. Se in Italia dico che sono araba di Terra Santa, sono scambiata per musulmana, se dico che sono israeliana pensano subito che sia ebrea. Qui come arabi cristiani siamo una minoranza, ma esser riconosciuti anche all’estero ci aiuterebbe a consolidare la nostra identità».

Vittorie e sconfitte. Annamaria ha fatto scelte coraggiose  per inserirsi in una società in cui non è facile per una donna «araba e cristiana» raggiungere un buon livello professionale: «Finita la scuola superiore – racconta – ho cercato subito lavoro e l’ho trovato come impiegata, ma poi ho scoperto che la mia vocazione era un’altra, che avrei potuto testimoniare meglio i miei valori nel contesto scolastico. Allora mi iscrissi all’università per proseguire gli studi di matematica e diventare insegnante. Ora sono pienamente realizzata, perché nella scuola si può fare molto per  cercare di migliorare questa società, per favorire la conoscenza fra persone diverse, per educare al rispetto e all’amore». Un percorso di vita illuminato e sostenuto dal Movimento dei Focolari: «Senza di loro non sarei qui, non riuscirei ad avere il coraggio di testimoniare e di andare controcorrente. Il Movimento dei Focolari mi ha aiutata fin da bambina, soprattutto nelle grandi svolte della vita». Ne ricorda  due in particolare: «A dieci anni capii finalmente che dovevo accettare mio papà handicappato, anzi iniziai a pregare affinché lui accettasse e vivesse bene quella situazione; una seconda svolta fu in occasione del mio primo esame all’università, quando fallii, benché mi considerassi la prima della classe. Con i focolarini imparai a far tesoro anche della sconfitta, che mi allargò il cuore e mi aiutò a capire meglio e ad amare gli allievi  che falliscono».

La sfida educativa. Non ci nasconde i problemi che incontra nel difendere i valori cristiani: «Le difficoltà sono molte: vedo tante debolezze, sia negli alunni sia nei professori, che spesso non capiscono la necessità di difendere i valori cristiani su cui si fonda la nostra scuola. Quest’anno, ad esempio, ci sono stati alcuni scioperi e abbiamo dovuto denunciare le ore non lavorate, ma alcuni insegnanti avrebbero voluto ritoccare il computo… Io parlo di trasparenza e onestà, ma non è sempre facile da applicare».

Scuola di vita.  Con l’occhio di chi conosce bene gli studenti, la Karram guarda con preoccupazione alla realtà giovanile, che in questi ultimi anni è stata travolta da un cambiamento enorme: «I nostri ragazzi stanno perdendo valori fondamentali per il vivere civile, e questo succede in tutti i gruppi religiosi; a scuola si fa fatica a difendere certi principi, anche perché lo Stato limita sempre di più la libertà degli insegnanti, che oggi devono star molto attenti al modo in cui fanno rispettare le regole. I genitori non hanno più il tempo per educare i figli e li accontentano in tutto: così a scuola diamo valori e spesso a casa i ragazzi ricevono disvalori, tra i quali la liceità della vendetta piuttosto di un’educazione al perdono».

Quale dunque può essere il ruolo della scuola nell’educare le giovani generazioni a un futuro di convivenza pacifica? Annamaria non perde la fiducia e la speranza: «La scuola può fare molto: è sui banchi di scuola che di fatto i giovani imparano a conoscersi nella loro diversità e di qui la conoscenza si estende alle loro famiglie. Noi lavoriamo molto per lo scambio tra cristiani e musulmani che frequentano insieme le nostre classi, e organizziamo spesso iniziative con scuole ebraiche per allargare il confronto. Ma poi occorre che la famiglia supporti e integri la pedagogia della scuola».

La Carmel School è un’istituto privato, ma non teme il calo degli iscritti, dal momento che il livello di preparazione è decisamente qualificato: «Non è solo questione di garantire un’istruzione buona, le famiglie scelgono la nostra scuola privata perché siamo particolarmente attenti all’educazione, a dare regole di vita, a partire dalle piccole cose, dalle relazioni quotidiane… In questo modo anche molte famiglie musulmane accettano che i figli frequentino una scuola cattolica».

Quali sogni tiene nel cassetto? «Vorrei che la mia scuola fosse sempre di più un modello di vita e di amore, dove ogni persona guardi all’altra come ad un’immagine di Dio. E io vorrei cercare di assomigliare il più possibile a un’altra Maria di Galilea: porto il nome della madre di Dio e vivo non lontano da Nazaret…».

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