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L'aumento del prezzo del petrolio strangola anche il Medio Oriente.

L’oro è nero. Il futuro anche

Paolo M. Alfieri
20 maggio 2008
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L’oro è nero. Il futuro anche
In coda a Gaza City (Territori palestinesi) per una tanica di combustibile.

Anche in Medio Oriente, per ragioni diverse da Paese a Paese, l’aumento globale del prezzo del petrolio ha conseguenze importanti sulla popolazione. E questo sia in Stati produttori, come l’Iran, che in quelli che dipendono, in parte o in toto, dalle importazioni, come la Giordania e la Siria. Proprio in Siria, ad esempio, l’esecutivo ha recentemente iniziato a tagliare i sussidi governativi che regolavano la vendita interna del petrolio usato per il riscaldamento. Nel 2008 i sussidi costeranno a Damasco 7 miliardi di dollari, il 19 per cento del Pil: un peso che, unito al contrabbando, il governo non è più disposto a sostenere. Le riserve interne si sono progressivamente assottigliate, tanto che la Siria oggi deve importare il 55 per cento del petrolio di cui ha bisogno. Ogni famiglia, quindi avrà a di sposizione a prezzo di favore soltanto mille litri di cherosene all’anno, sufficienti secondo le autorità ad affrontare l’inverno. Polemiche sono sorte sul fatto che alcune categorie, in particolare le donne divorziate, nubili o vedove senza figli e gli studenti universitari fuori sede non potranno accedere a questo sussidio.

Diversa la situazione in Giordania, dove già da qualche mese il Paese sta ricevendo a prezzi preferenziali forniture di petrolio dall’Iraq in base a un accordo siglato nel 2006. La Giordania riceve il 10-30 per cento del suo fabbisogno petrolifero a un prezzo di favore pari a circa un sesto del valore  di mercato, che in questo periodo è superiore ai 115 dollari al barile. Le forniture sono iniziate ad un ritmo di 10 mila barili al giorno e stanno raggiungendo gradualmente i 30 mila. La Giordania non ha risorse petrolifere e dipende dal sostegno internazionale per la sua traballante economia. L’interruzione delle forniture irachene causata dalla guerra aveva messo sotto pressione l’economia giordana, con un aumento del deficit di bilancio e del debito pubblico.

In Iran, quarto Paese produttore al mondo, la questione petrolio ha fortemente vivacizzato il dibattito politico interno. Se il presidente Ahmadinejad continua a ripetere che i prezzi attuali del greggio sono «ancora troppo bassi», il ministro dell’Economia Davud Danesh-Jafari, poi rimosso per decisione dello stesso Ahmadinejad, ha additato proprio l’aumento vertiginoso delle entrate dal petrolio come una delle cause principali di un’inflazione che ha raggiunto livelli record. Secondo i dati ufficiali, l’inflazione sfiora il 20 per cento, ma secondo molti esperti e osservatori il dato reale è ben superiore.

Ironicamente si potrebbe dire che l’impennata del prezzo del petrolio non impensierisce invece la Striscia di Gaza: qui la benzina costa già 5 euro al litro, la più cara del mondo. Da quando Israele ha razionato le forniture di carburante,  benzina e diesel si trovano soltanto sul mercato nero, e a prezzi proibitivi. Dopo l’attacco del 9 aprile delle milizie palestinesi contro il terminal petrolifero di Nahal Oz, dal quale il combustibile entra nella Striscia, le forniture sono state ulteriormente ridotte, lasciando a secco anche auto e camion e dell’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi.

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