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Processione delle Palme. Una festa di colori

Edoardo Arborio Mella
19 marzo 2008
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La Domenica delle Palme ha luogo a Gerusalemme uno straordinario evento: una processione che, volendo rivivere il racconto evangelico, muove da Betfage per accompagnare simbolicamente Gesù fin dentro Gerusalemme. Data l’impossibilità di entrare nell’area del Tempio, il punto d’arrivo è fissato il più vicino possibile, nel vasto cortile della chiesa di Sant’Anna all’inizio della Via Dolorosa. Anticamente al centro del corteo veniva posto un asinello, per cui la giornata nel suo complesso è spesso nota presso i musulmani come «festa dell’asino». Parrocchie, scuole e associazioni arabo-cristiane da Gerusalemme, da tutto Israele e dai territori palestinesi, nonché gruppi stranieri di ogni tipo si ritrovano presso la chiesa francescana di Betfage e partono uno dietro l’altro dopo aver ricevuto la benedizione del patriarca latino. Chi non è iscritto si unisce a chi vuole o va per conto proprio. In testa al corteo fanno bella mostra di sé gli scout, giunti anch’essi da tutto il Paese e anche appartenenti a chiese non cattoliche, inquadrati con bandiere e stendardi. Se la giornata è soleggiata l’impressione generale è quella di una grande festa di colori.

Ogni gruppo decide il proprio modo di partecipazione, che va dai canti entusiastici costellati di Alleluja a passo di danza, a canti più sobri delle varie tradizioni linguistiche, fino alla semplice recitazione del rosario. I francescani avanzano per ultimi con antifone e inni gregoriani, e fanno scorta al patriarca che è normalmente accompagnato da alcuni vescovi e dai seminaristi. Accanto al patriarca o altrove all’interno del corteo si vedono spesso, ospiti graditi, personalità di Chiese non cattoliche.

La processione si muove lentamente, fra strettoie che costringono a soste; la polizia provvede a chiudere al traffico le strade in cui via via essa si inoltra. Per alcune ore il movimento automobilistico fra la città vecchia e il Monte degli Ulivi è bloccato: quando infatti i primi sono arrivati a destinazione, gli ultimi sono ancora in cima al monte. Reparti dell’esercito vegliano sulla sicurezza, l’arma alla mano. Osservati dai musulmani, serviti dagli ebrei, i cristiani vivono un giorno di regno. È una situazione nella quale in Italia si sentirebbe forse un tono trionfalistico, che a molti potrebbe provocare un moto di fastidio; ma in Terra Santa, ove la realtà identitaria è al centro di ogni aspetto della vita sociale e la visibilità è essenziale all’identità, questa è un’occasione per sentirsi vivi, per vedersi legittimati come parte integrante della società, per contarsi e per sperimentare una comunione dai confini più vasti.

Il tutto si chiude, si è detto, nel cortile di Sant’Anna. Là i partecipanti man mano che arrivano aspettano, fino a che giunge il patriarca. Ha luogo allora la benedizione solenne, dopodiché tutti si disperdono. Ancora per un po’ è dato di vedere in città vecchia persone che transitano, dirette alle loro case, recando in mano rami di palma o di ulivo. I militari israeliani smontano dal loro poco stressante incarico. Gli scout che hanno aperto il corteo partono allora per un giro lungo l’esterno delle mura, in formazione di parata, al suono di tamburi e cornamuse secondo l’uso di tutto lo scoutismo arabo della regione. Spesso purtroppo questo gioioso finale è di sturbato da gruppi di giovani musulmani che cercano di provocare incidenti. Manifestare con fierezza la propria identità, specie da parte di una piccola minoranza, non è privo di rischi.

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