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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia
Nella Bibbia ebraica il concetto di shalom (pace) ha un significato vario e sfaccettato, sostanzialmente differente dal senso che oggi noi diamo a questo termine...

I nomi della pace

padre Massimo Pazzini, ofm
28 gennaio 2008
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I nomi della pace
Pablo Picasso, Il mondo senza armi

Se prendiamo la parola italiana «pace» e chiediamo quale sia il suo corrispondente in ebraico, la risposta unanime sarà shalom. Se leggiamo la Bibbia ebraica ci rendiamo conto, però, che questa corrispondenza è solo parziale, poiché il termine biblico mostra una ricchezza di significati maggiore rispetto all’italiano.

Il termine shalom è piuttosto frequente nella Bibbia ebraica (237 volte) e, allo stesso tempo, aperto a diverse interpretazioni. Scrive Gerhard von Rad: «È difficile trovare nell’Antico Testamento un altro concetto così trito e comune nella vita quotidiana, e tuttavia non di rado carico di pregnante contenuto religioso». Sarebbe restrittivo il voler tradurre shalom con «pace»: «il significato fondamentale della parola è quello di "benessere", con una chiara preponderanza dell’aspetto materiale».

In 2Sam 11, 7 troviamo un’espressione singolare: «Shelom hammilhamah», letteralmente «la pace della guerra», ma da tradursi nel contesto come «andamento (o meglio "esito") della guerra». Un’espressione apparentemente contraddittoria che, però, ci fa capire come il senso di «pace» non sia il primo dei possibili significati, anzi, non sia assolutamente plausibile in questo luogo! L’espressione appena citata costituisce, perciò, uno stimolo a verificare il senso del termine.

Esistono molti studi in diverse lingue dedicati al tema della pace nell’Antico Testamento oppure, più spesso, al rapporto «pace-guerra». In italiano, fra gli studi più specifici, sono assai pertinenti al nostro tema quello di Gerhard von Rad (nel III volume del Grande Lessico del Nuovo Testamento, traduzione italiana del Theologisches Wörterbuch zum Neuen Testament, III, col. 195) e un quaderno della rivista Zetesis interamente dedicato al tema della pace (www.rivistazetesis.it/Pace_file/AT.htm)

Nelle interessanti pagine introduttive al secondo capitolo della sua opera, dedicato al concetto veterotestamentario di shalom, scrive Hans Heinrich Schmid: «La traduzione di shalom con "pace" risale ai LXX (eirene) e alla Vulgata (pax). In mancanza di una sufficiente conoscenza di altre lingue semitiche, i termini ebraici sono stati confrontati in prevalenza con gli equivalenti greci e latini… Il processo di emancipazione dalle antiche traduzioni… è ancora lungi dall’essere compiuto».

Il concetto di shalom nella Bibbia ebraica. Il dizionario biblico di Köhler-Baumgartner attribuisce alla parola shalom sette significati principali che sono: prosperità, successo; completezza, l’essere intatto; benessere, stato di (buona) salute; pace (anche come opposto di guerra); socievolezza, gentilezza; liberazione, salvezza; pace, salvezza (in vari contesti). Da questa lista risulta che il significato di «pace» non rappresenta il significato principale del termine shalom.

Nello stesso lessico viene offerta un’ampia sintesi del valore della radice shlm in ebraico biblico, nelle forme verbali delle diverse coniugazioni: essere completo, essere pronto; essere in salute, essere incolume; mantenere la pace;  completare, restituire; ricompensare; mettere (qualcuno al suo posto appropriato), rimpiazzare; finire, portare a compimento; consegnare, cedere (arrendersi); fare la pace. Ques’ultimo significato è riscontrabile, forse, in Giobbe 5,23: «Le bestie selvatiche saranno in pace con te».

Da questo elenco di significati si evince che il senso di «fare la pace» è piuttosto raro  e, inoltre, ricorre in contesti di non facile interpretazione (e solo nel libro di Giobbe).

Due studi specifici sul tema. In un’analisi a tutto campo Walter  Eisenbeis studia la radice shlm nella Bibbia ebraica e nel suo più ampio contesto semitico. Viene studiato l’uso e il senso della radice anche nella lingua accadica, sia nelle forme verbali che in quelle non-verbali. Con il secondo tipo di forme l’autore perviene alla seguente conclusione: «Il significato fondamentale delle forme non verbali è "condizione incolume" (o stato intatto). L’elemento centrale… è la presentazione della totalità (o interezza)».  Per quanto riguarda il campo semantico delle forme verbali la conclusione è la seguente: «Dalle esposizioni fin qui svolte, è divenuto chiaro che il significato fondamentale del verbo è caratterizzato mediante la presentazione della totalità [o interezza]». La conclusione generale riguardo al senso della radice nelle lingue semitiche è la seguente: «Il risultato della visione d’insieme sui singoli ambiti di utilizzo della radice all’interno delle lingue semitiche suona: la radice ispira l’idea della totalità (o interezza)».

In un articolo, posteriore di qualche anno, Gillis Gerleman studia il campo semantico di shlm in ebraico partendo dagli stessi presupposti linguistici di Eisenbeis e arrivando a conseguenze simili. La sua precisazione, riguardo al senso della radice, consiste nel fatto che la radice shlm mostra sempre la sfumatura di «pagare, ripagare», piuttosto che quello di «totalità, completezza».

Dunque la radice shlm in ebraico biblico, come nelle lingue semitiche antiche, indica «totalità, interezza, pagamento». La parola shalom, invece, significa «benessere, essere sano, essere in salute». Occorre dunque spiegare come a questi sensi principali si sia aggiunto il senso di «pace» e di «fare la pace».

Eirene nel mondo greco. Nel mondo greco classico il concetto di eirene è assai pregnante: «Benché spesso nei testi sia letterari sia epigrafici eirene sia usata semplicemente in contrapposizione a pólemos "guerra", all’idea della pace è saldamente associata l’idea del benessere materiale» (www.rivistazetesis.it/Pace_file/Eirene.htm).  L’evoluzione del senso di eirene nel senso odierno di «pace» oppure di «momento di pace (dopo una guerra)» si comincia a cogliere nella prosa attica del V-IV secolo.

Nell’età ellenistica la parola indica non soltanto la situazione di pace, ma anche il trattato di pace. La speculazione ellenistica, sia epicurea sia stoica, conferisce a eirene un valore soprattutto spirituale, e la considera come una conquista dell’individuo: eirene è la condizione del sapiente che ritrova nel profondo di sé le condizioni per raggiungere la serenità o l’imperturbabilità.

In questo contesto culturale variegato si inserisce l’uso di eirene nella Bibbia tradotta in greco (Settanta).

Dopo aver esaminato il concetto greco di eirene Werner Foerster conclude: «Mentre l’aspetto essenziale di eirene è la condizione di tranquillità, quello di shalom è il benessere, l’essere "sano, in salute"».

E continua: «Poiché nei Settanta quasi tutti gli esempi di shalom sono stati tradotti con eirene, ne risulta che la parola greca ha assorbito il contenuto del corrispondente ebraico». Da questa sintetica esposizione pare chiaro che i Settanta, pur percependo i diversi sensi del biblico shalom (quello pieno di «benessere» e quello attenuato di «pace»), li hanno resi entrambi con eirene (che ha assunto le valenze semantiche di shalom). Il prossimo passo ci permetterà di vedere che il senso che ho chiamato attenuato (= pace) è, in realtà, un senso pieno, ma derivante da una radice diversa.

Una proposta dalla lingua accadica. Per comprendere i significati di shalom (e della radice shlm) nella Bibbia ebraica occorre fare un passo indietro e rivolgersi alla lingua accadica. In questa lingua abbiamo due radici, simili nella forma, e tuttavia ben distinte, che sono slm e shlm.

Il verbo salamu mostra i seguenti significati: riconciliarsi, fare la pace; rappacificare, riconciliare. Inoltre troviamo la voce salimu con i sensi di: pace, concordia e riconciliazione con gli dei, favore. Dunque questa radice della lingua accadica esprime chiaramente il senso di pace e riconciliazione.

Il verbo shalamu, molto più attestato, ha i seguenti sensi: stare bene; essere in buone condizioni, essere intatto; essere favorevole, essere propizio; avere successo, prosperare; essere completato, essere terminato; essere pagato, ottenere un pagamento; mantenere bene, in buona salute, in buona condizione; guardare, proteggere, salvaguardare; rendere favorevole; portare (qualcuno) al successo; completare un lavoro; pagare, ripagare, ricompensare.

Come si può vedere, tutti questi significati del verbo shalamu non hanno nulla a che vedere con il senso «pace».

La lingua accadica ci mostra, dunque, che ci troviamo di fronte a due radici semitiche ben distinte, cioè slm e shlm. Lo stesso avrebbe dovuto essere in ebraico: i significati legati al campo semantico della «pace» devono derivare dalla radice proto-semitica slm, mentre quelli indicanti «benessere, totalità, completezza» devono essere relazionati alla radice shlm.

Dal punto di vista linguistico, nel caso di shalom, in ebraico, la confusione fra le due radici slm e shlm potrebbe essere stata favorita dall’uso di quel grafema ambiguo che, in assenza del punto diacritico, poteva essere interpretato come sin oppure come shin.

Questo scambio sarebbe stato favorito, oltre che dalla somiglianza delle lettere radicali, anche dalla relativa vicinanza fra i campi semantici di slm e shlm.

Non ha allora troppo senso, a mio avviso, tentare di trovare l’idea base o l’idea comune della radice shlm nella Bibbia basandosi solo sull’ebraico biblico. Sarebbe più utile partire dal presupposto che ci troviamo di fronte ad una mescolanza di radici e dei loro significati. La cosa è ben visibile nella lingua accadica.

Bisognerebbe, forse, riscrivere la radice shlm nei dizionari di ebraico biblico e dividerla in due radici omografe. La radice ebraica shlm (da cui shalom che significa «pace») va legata alla radice accadica slm e al verbo salamu. Le derivazioni da questa radice, in parte ancora riscontrabili nel testo ebraico, dovrebbero essere in numero sensibilmente minore rispetto alle altre e dovrebbero apparire nel contesto di «guerra-pace».

Il secondo significato della radice ebraica shlm (da cui shalom che significa «benessere, totalità, completezza») va legata alla radice accadica shalamu. Questo secondo senso si addice alla grande maggioranza delle occorrenze di shalom nel testo biblico, comprese quelle che appaiono nelle «formule di saluto». Ciò che ha favorito la completa fusione delle due radici nella lingua ebraica è stata la vicinanza del campo semantico della «pace» con quello del «benessere». Forse che il benessere, la salute, la completezza non vengono favoriti in tempo di pace? Non sono, questi beni, segni caratteristici del tempo di pace? La risposta è ovvia.

In definitiva, una volta accettata questa ipotesi, capiamo perché il concetto di shalom sia così denso di significati nella Bibbia ebraica; infatti il termine racchiude in sé la ricchezza di due radici che esprimono, allo stesso tempo, un augurio di «pace» e di «pieno benessere».

Una nota conclusiva. Ma se shalom non è pace, che cosa significa «fare shalom»? Se il senso generale del termine è quello di «benessere materiale» allora si capisce perché sia tanto difficile fare la pace nell’odierno Vicino Oriente.

Chi vuole il shalom non guarda tanto al passato e alle motivazioni dell’inimicizia, quanto al futuro e alla ricerca di un benessere immediato, magari senza smettere di combattere… Mancando quasi del tutto, nelle lingue ebraica e araba, il concetto di «pace come opposto della guerra» (una vera mancanza!) non si riesce a comprendere il concetto di «pace che dimentica e perdona per poter progredire». Cosa quanto mai necessaria dopo 60 anni di guerra!

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