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Battesimo ortodosso, l’annuncio di un dono

Edoardo Arborio Mella
16 novembre 2007
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Forse è capitato a qualche cristiano di tradizione latina di assistere a un battesimo nella Chiesa ortodossa. Val la pena rilevare limiti e ricchezze rispetto a ciò che si vive in Occidente. Il limite maggiore sta forse nel fatto che normalmente non esiste nelle chiese un luogo deputato al battesimo: si porta per l’occasione una vasca nel centro della navata. Ciò rischia di appannare il senso della centralità del sacramento battesimale. Tuttavia in generale la teologia del battesimo e la sua pratica sono portatrici di ricchezze capaci di completare le nostre.

Notiamo innanzitutto che l’Occidente dà una maggiore importanza alla domanda di battesimo presentata dai genitori: ne segue una preparazione più o meno accurata, che ha per oggetto i genitori e i padrini dei battezzandi. In Oriente l’enfasi è posta piuttosto sul dono di Dio da accogliere con gratitudine nella partecipazione liturgica.

Quaranta giorni dopo la nascita, il neonato è condotto all’altare: è presentato al tempio a imitazione di quanto si dice di Gesù nell’Evangelo di Luca, e riceve su di sè il segno della croce. Il battesimo vero e proprio ha luogo quando il bambino ha già qualche mese, spesso anche qualche anno. All’inizio il prete impone le mani sul battezzando e prega: «Nel Tuo nome… impongo la mano sul tuo servo che è giudicato degno di ricorrere al tuo santo nome e di essere custodito all’ombra delle tue ali. Allontana da lui l’antico peccato (l’Oriente non conosce la teologia del peccato originale), ricolmalo di fede, di speranza e di amore per te (…), concedigli il dono di camminare sulle vie dei comandamenti(…). Iscrivilo nel tuo libro della vita, uniscilo al gregge della tua eredità (…). Che sempre i tuoi occhi lo guardino con bontà, i tuoi orecchi ascoltino la sua preghiera…». Dopodichè gli soffia tre volte sul volto per scacciare lo spirito del male e recita una preghiera di esorcismo. Segue la professione di fede preceduta da due domande poste dal prete: «Ti unisci a Cristo?»; «Ti sei unito a Cristo?». Poi il battezzando è unto con «olio di allegrezza»: non dunque, come in Occidente, in segno di forza nella lotta, ma piuttosto in una consacrazione messianica di chi fa ormai parte di Cristo: è ancora un ricordo del dono di Dio.

L’entrata nell’acqua avviene mediante una reale immersione. È il momento più appariscente e drammatico. Il bambino viene spogliato e preso fra le braccia del prete che lo immerge interamente per tre volte nell’acqua della vasca dicendo: «Il servo di Dio è battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Si noti la sfumatura. Non: «Io ti battezzo», non c’è un vero protagonista dell’azione, c’è piuttosto l’annuncio di un dono. Allora il bambino riceve una veste bianca ed è così «rivestito del manto di giustizia». «Tutti voi che siete stati battezzati in Cristo avete rivestito Cristo. Alleluja». Segue una seconda unzione corrispondente alla nostra cresima, «sigillo del dono dello Spirito santo». Il mistero trinitario è evocato con potenza. Infine, subito o qualche giorno dopo, la comunione eucaristica. Nell’ortodossia è assente la pratica della «prima comunione» al termine di una preparazione: ancora, prima di capire è importante accogliere il dono. Non sarà poi infrequente vedere, nelle liturgie domenicali, la madre che va alla comunione con il figlio piccolo in braccio, e il prete che dà la comunione ad entrambi.

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