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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia
Un ricordo del domenicano padre Marcel Dubois, recentemente scomparso.

Nostalgia di un amore

Giorgio Acquaviva
11 luglio 2007
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Nostalgia di un amore
Un ritratto di padre Marcel Dubois dalla copertina del suo ultimo libro.

«Sono stato ingenuamente sionista. Ho confuso l’avventura ebraica con quella israeliana»: il domenicano padre Marcel Jacques Dubois – morto il 14 giugno scorso, giorno dedicato a Sant’Eliseo profeta –  rischia di essere ricordato soltanto per l’autocritica riportata nel recente ultimo libro suo Nostalgia d’Israele (Cerf, Parigi 2006). E non sarebbe giusto, anche perché frasi estrapolate qua e là rischierebbero di essere fraintese o strumentalizzate e in ogni caso non renderebbero appieno la ricchezza del suo pensiero, la creatività della sua azione e la fedeltà alla visione che l’ha sempre animato.

Nato nel 1920 a Tourcoing (lo stesso comune in cui 15 anni prima era nato monsignor Marcel Lefebvre), nel nord della Francia, al confine con le Fiandre e il Belgio, aveva fatto la sua alyah (salita) a Gerusalemme nel 1962, mentre iniziavano a Roma i lavori del concilio Vaticano II. Aveva ricevuto l’incarico di animare la Maison Saint Isaïe, il centro di studi cristiani sull’ebraismo, per accompagnare «cristianamente» – se così si può dire – la nascita del nuovo Stato d’Israele. Là nacque e si sviluppò la sua capacità di intessere dialoghi interreligiosi sinceri ed esigenti, e di tracciare (o collaborare a tracciare) strade di riconciliazione. Pensiamo al rapporto con  padre Bruno Hussar, l’uomo dalle quattro identità (ebreo, nato in Egitto, cristiano, domenicano), fondatore di Nevé Shalom / Wahat as-Salaam, il villaggio dove vivono insieme famiglie israeliane e palestinesi, ebrei, cristiani e musulmani.

Interlocutore credibile e preferito nelle relazioni fra Vaticano e Israele anche in tempi in cui quelle relazioni stentavano a decollare, dal 1970 insegnava filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme. Nel 1973 (guerra del Kippur) aveva scelto di chiedere la cittadinanza israeliana. Dal 1989 al 1993 aveva diretto l’Istituto Ratisbonne ed è stato per anni consultore della Commissione della Santa Sede per i rapporti con l’ebraismo. Cittadino onorario di Gerusalemme, nel 1996 era stato insignito del «Grand Prix d’Israele», uno dei pochi cristiani a poter vantare questo titolo. Innumerevoli i suoi contributi, pubblicazioni, conferenze, conversazioni alla radio e alla televisione, la partecipazione a incontri pubblici.

Eppure… Eppure proprio sull’opera autobiografica conclusiva della sua vita vogliamo insistere. Perché lui stesso, il padre Dubois, in quelle pagine non nasconde nulla del suo itinerario di amore e di sofferenza, di fedeltà e di disincanto. Scrive: «Nel corso dei primi anni in Israele, da cristiano ho gioito nel vedere il popolo biblico raggiungere la terra della Bibbia». E possiamo ben immaginare la sua gioia e anche la sua meraviglia (pari a quella di tanti altri suoi compagni di cammino, il domenicano  Bruno Hussar, il carmelitano Daniel Rufeisen,  Rina Geftman…) nel vedere avverata una delle promesse più ricorrenti nella Scrittura, dai Salmi ai Profeti.

C’è stato un tempo – aggiunge Dubois – in cui il popolo ebraico «si sentiva chiamato a un destino particolare su una terra particolare».  Il ritorno nella Terra Promessa, segno di quel bene più universale che è la fratellanza universale, da attuare nel rispetto e attraverso la convivenza con gli altri abitanti di quella terra… Il sionismo allora aveva «un aspetto luminoso e pieno di promesse». Poi nel 1967 i primi dubbi, dopo quella Guerra dei sei giorni che – se poteva dirsi giustificata da ragioni di sopravvivenza e sicurezza e se segnava la agognata riconquista della città santa da parte degli israeliani – metteva però le basi per le difficoltà dei decenni successivi, con una occupazione territoriale (mai divenuta annessione) troppo prolungata e macchiata da insediamenti sempre meno giustificabili. La vittoria sembrava arridere a un «nazionalismo possessivo ed esclusivo»

Padre Dubois temette subito una involuzione della situazione (c’è il rischio – diceva – che gli ebrei diventino «come gli altri»). E si ingegnò a immaginare «come, pur rigettando la deriva violenta del sionismo, continuare la storia d’amore di tutta una vita per Israele». A un certo punto decise di trasferirsi ad Abu-Tor, un quartiere palestinese di Gerusalemme Est: «Ho scelto di vivere qui – sosteneva – per dimostrare chiaramente che non sono d’accordo con la politica del mio Stato».

Qualcuno parlò, precipitosamente, di cambiamento di campo. Niente di tutto questo. Il nostro domenicano non sposò acriticamente qualunque posizione palestinese: «Marcel Dubois rimane Marcel Dubois», era solito dire con un sorriso. Lo muoveva la solidarietà con chi soffre ingiustamente.

L’unico vero rammarico che gli ha reso un po’ amari gli ultimi anni è stato quello di vedere il suo popolo, chiamato a una vocazione universale di «glorificazione del Nome», tradire in un certo senso l’aspettativa alta di una risposta profetica alle sfide del tempo. L’indurimento del cuore: ecco il vero peccato che rimproverava alle classi politiche, tutte. Ma Israele va amato – ripeteva senza soste – amato in modo serio ed esigente. E tutto il suo percorso intellettuale, spirituale, umano sta a testimoniarlo.

Ora padre Marcel Dubois riposa nella Terra del Santo. Nella zona di Betlemme, a Beth Jamal, vicino a Beth Shemesh.

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