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San Giorgio, un santo tra Oriente e Occidente

Edoardo Arborio Mella
7 maggio 2007
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Sulla facciata di moltissime case cristiane di Terra Santa campeggia un bassorilievo recante l’immagine di san Giorgio a cavallo nell’atto di uccidere il drago. Molto più raramente vi è la croce o altre figure.

La straordinaria popolarità di questo santo ha radici molto antiche; ma di lui si ignora tutto. Si sa comunque che fin dall"inizio egli ebbe il titolo di martire, e che il suo culto è legato fin dal sec. IV all’area siro-palestinese. A partire dal sec.VI è venerata la sua tomba nella città oggi israeliana di Lod (la Lidda degli Atti degli Apostoli), ove ancor oggi essa viene mostrata nella locale chiesa ortodossa.

All’inesistenza di notizie storiche sul personaggio (tale da portare certuni a dubitare perfino della sua esistenza) corrisponde una ricchissima fioritura di leggende. Le più antiche a noi pervenute, originarie della Cappadocia, fanno di lui un soldato nativo di quella regione, martirizzato da un immaginario re di Persia Dadiano fra grandi prodigi (risurrezioni ripetute, crollo degli idoli pagani, conversioni in massa degli astanti, morte dei persecutori e morte finale del martire trionfante). Successivi rifacimenti rendono responsabile della morte l’imperatore romano Diocleziano, talvolta con il suo associato Massimiano.

Curiosamente l’episodio più noto della sua leggenda, l’uccisione del drago, è tardivo: esso appare nell’agiografia di lingua greca non prima del sec. XI, e si è poi diffuso in occidente grazie a Jacopo da Varazze, dunque a partire dal sec. XIII. Nulla si sa di preciso sul processo che ha condotto a questo nuovo elemento della storia. Forse il drago è la raffigurazione del male (o lo stesso sovrano persecutore) su cui il soldato Giorgio ha trionfato con il suo martirio. L’idea può essere stata mutuata da quella di un altro popolare martire-soldato di area greca, Teodoro di Amasea, ucciso all’inizio del sec. IV e rappresentato come uccisore di un drago. L’immagine della fanciulla liberata dalle fauci del mostro (l’anima umana? la fede?) può a sua volta provenire da un antico racconto della mitologia greca: Perseo che libera Andromeda.

Troppi anelli mancano alla catena di queste storie perché se ne possano ricostruire le intenzioni, gli influssi e gli sviluppi. Ma l’incantesimo a lui legato travalicò a tal punto l’area palestinese e mediorientale da far dimenticare la sua origine e diventare patrimonio comune di tutto il mondo cristiano. In Italia san Giorgio fu uno dei quattro santi più importanti della tradizione longobarda. In Oriente la sua fama giunse fino in Cina attraverso le missioni della Chiesa siriaca.

Alcuni secoli più tardi gli eserciti reduci dalle crociate contribuirono a dilatarne il culto in Europa. Fu grazie a lui, si disse, ch’essi conquistarono Gerusalemme. L’Inghilterra in particolare fece di lui il patrono nazionale, e ricordando la sua prodezza di cavaliere istituì un ordine cavalleresco a suo nome. E indipendentemente dall’influsso crociato si potrebbero citare l’Etiopia, l’Armenia, la Russia… Ma per tornare in Terra Santa non si può tralasciare di menzionare la devozione che a questo santo sfuggente è tributata perfino dai musulmani. Da essi gli viene attribuito il titolo di profeta, e talvolta è identificato con il misterioso personaggio di El-Khadir («il verdeggiante»), protettore contro i pericoli e donatore di vita. A Mossul, in Iraq, una tradizione musulmana pone fin dal medioevo la sua tomba. Un piccolo, involontario contributo della Terra Santa all’incontro fra le religioni.

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