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Betlemme 5 anni dopo. Il coraggio e la fedeltà

padre David M. Jaeger
7 maggio 2007
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Betlemme 2 aprile 2002: uomini armati sfrondano le porte del complesso francescano e si rifugiano, armi in pugno, all’interno dell’antica basilica. Hanno alle calcagna l’Esercito, che ha messo a ferro e fuoco la città per catturare alcuni di loro. Gli uomini armati sono convinti che l’esercito non porterà la guerra all’interno del santuario. Per un attimo sembra che tutto finisca lì. Le truppe infatti si fermano sulla porta. Ben presto però, l’Esercito, per costringere gli uomini armati ad arrendersi, mette l’intero complesso sotto assedio; taglia cibo, acqua, elettricità, linee telefoniche… I cecchini militari tutt’attorno tengono sotto tiro gli uomini rifugiatisi in basilica, ferendone e uccidendone alcuni, impedendo poi l’arrivo degli aiuti sanitari e persino che si portino via i cadaveri. Potentissimi altoparlanti fanno sentire, giorno e notte (ma specialmente la notte, ogni notte, tutta la notte) suoni registrati di spari ed esplosioni, per far credere agli assediati che l’assalto finale è imminente…

Ma soprattutto l’Esercito vuole fare uscire i religiosi. Una campagna mondiale di diffamazione tenta di far credere che i frati abbiano, volutamente, dato asilo ai «terroristi più pericolosi», nemici del genere umano, per sottrarli alla giustizia. E poi pressioni morali, politiche, diplomatiche sui superiori francescani e sulle autorità vaticane… Nulla è intentato per indurre i francescani ad abbandonare il loro posto, lasciando il «campo di tiro» libero dalla loro presenza ingombrante. Via i frati, le forze speciali avrebbero potuto irrompere sparando e lanciando granate, senza doversi preoccupare del «danno collaterale» costituto dalla morte probabile dei religiosi (una ventina) e delle quattro suore.

In quel delicato frangente, letteralmente e moralmente assediati, i frati della Custodia di Terra Santa trovarono forza, coraggio, conforto e consolazione, non soltanto dai confratelli e dalle consorelle ovunque, ma anche, ed in particolare, dalla premura, dalla sollecitudine, dall’amore del Papa, il servo di Dio Giovanni Paolo II, che in continuazione ne conferma la scelta di restare, elogiandone calorosamente la fedeltà. Così le pressioni, pur fortissime e senza sosta, non diedero alcun risultato. I francescani, frati e suore  non si mossero!

Fin dal primo momento, in qualità di portavoce ufficiale della Custodia (a quel tempo ricoprivo tale ufficio)  non cessavo di proporre una determinata soluzione incruenta, insistendo sulla necessità per tutte le parti in causa di attenersi a criteri di «ragionevolezza, magnanimità, onorabilità, lungimiranza».    

Putroppo soltanto dopo trentanove giorni di assedio, venne accolta sostanzialmente la stessa proposta, grazie soprattutto all’intervento della Casa Bianca.

La gloria dell’intera nostra fraternità è stata «solo» questa:  di non essere mancati al nostro dovere, di essere rimasti al nostro posto; di esserci comportati, davanti al mondo intero, da francescani, e cioè da cristiani; di aver conservato la nostra umanità oltre che la fedeltà alla missione affidataci. Di non esserci lasciati strumentalizzare da nessuna parte politica e di aver dimostrato, a noi stessi prima di tutto, che le «grandi opere» dei santi che ci hanno preceduti, sono sempre possibili. Anche a noi, poveri peccatori redenti da quel Cristo nato a Betlemme!

(Tutta la vicenda dell’assedio di Betlemme è raccontata dai giornalisti Giuseppe Bonavolontà e Marc Innaro nel libro, L’assedio della Natività, edito da Ponte alle Grazie, Milano 2002)

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