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Frammenti di dolore della diaspora cristiana

Edoardo Arborio Mella
9 novembre 2006
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Fin dall’antichità la Terra Santa ha attirato i cristiani a stabilirsi presso i luoghi legati ai misteri della fede. Basti pensare a Gerolamo e al mondo che gli gravitava attorno, o al successivo monachesimo palestinese che era fatto in larga misura di persone venute da fuori. Questa attrazione spiega pure la presenza a Gerusalemme delle piccole comunità armena e greca, e in parte, benché in un diverso spirito, il fenomeno delle crociate.

Ma la povertà di questa terra avara e le periodiche crisi politiche hanno anche portato molti a decidersi per l’emigrazione, ripetendo così il movimento compiuto già dagli ebrei a partire da qualche secolo prima di Cristo. Per i cristiani il fenomeno cominciò in modo massiccio alla fine del secolo diciannovesimo. Il peggioramento delle condizioni economiche dell’impero ottomano, unitamente al timore degli uomini di essere arruolati a forza nell’esercito, spinsero intere famiglie nelle Americhe. A quel tempo i cristiani erano più istruiti della media, quindi più capaci di integrarsi con successo in società diverse, grazie alle scuole cristiane che si andavano stabilendo nella regione. Inoltre, dato che i Paesi di accoglienza erano nominalmente cristiani, più facile era dalle due parti l’incontro.

Accadeva così che le famiglie unissero le loro risorse per permettere ai giovani in età di leva di stabilirsi nel nuovo Paese; questi poi, una volta sistematisi, chiamavano le famiglie. Vennero così a formarsi intere comunità di cristiani palestinesi in diaspora. Le Chiese seguirono, e permisero un certo mantenimento della lingua e delle tradizioni specifiche. A Gerusalemme l’attuale patriarca armeno, il vescovo siro-ortodosso e quello siro-cattolico hanno esercitato per anni il loro ministero in queste comunità (di origine peraltro non solo palestinese), l’uno negli Stati Uniti, il secondo in Brasile, il terzo in Canada.

È normale che ora la presenza di comunità ben organizzate all’estero tolga una remora a quanti nonostante tutto sentono difficile abbandonare la loro terra. In particolare gli anni che accompagnarono la creazione dello Stato di Israele e gli anni della prima e della seconda Intifada hanno visto accelerarsi l’ondata migratoria, a causa delle prolungate violenze armate, della buia situazione economica, e anche della crescente radicalizzazione identitaria che talvolta rende carica di attriti la convivenza con gli ebrei e violenta quella con i musulmani. Nel 1944 i cristiani locali erano 150 mila; oggi, fra crescita naturale ed emigrazione, in Israele sono forse 120 mila, nei territori palestinesi meno di 50 mila. Ma se si considerano anche gli espatriati e i loro discendenti, i rimasti sono meno della metà del totale.

Numerose sono le iniziative finalizzate a far rimanere i cristiani sulla loro terra: dalle piccole intese commerciali fra produttori locali e distributori europei per la vendita di prodotti artigianali e agricoli, alla costruzione di quartieri di abitazioni e di scuole. Le donazioni dei Paesi stranieri sono essenziali. Talvolta però anche queste ultime, pur incanalate attraverso organizzazioni prestigiose, risultano soprattutto nell’arricchimento degli appaltatori (cristiani) di opere faraoniche di scarsa utilità.

Un frammento di sofferenza nella troppo lunga catena di dolori di questi popoli, che pure attendono confusamente di poter cantare un giorno tutti insieme: «Pace in terra agli uomini che Dio ama».

(L’autore è monaco della Comunità di Bose e vive a Gerusalemme)

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