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Aramaico, una lingua da amare e difendere

Edoardo Arborio Mella
26 settembre 2006
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Tutti sanno dell’importanza di cui anticamente godette l’aramaico, lingua della famiglia semitica che fu per secoli la lingua franca di tutta la regione mediorientale. Tale importanza è riflessa nella Bibbia ebraica (una parte del libro di Daniele è scritto in aramaico) e ve ne sono tracce anche nel Nuovo Testamento («Talità kum», «Elì, Elì, lemà sabactani?», «Maranà tha»).

Il recente film di Gibson, La passione di Cristo, ha voluto ricordarcene la diffusione al tempo di Gesù. Entro la cultura ebraica è la lingua del Targum, di una parte del Talmud, di diverse preghiere e documenti. Nei primi secoli dell’era cristiana, evolutasi come tutte le lingue vive, conosciuta ormai come siriaco e scritta con altri caratteri, fu lo strumento di una straordinaria letteratura spirituale che annovera personaggi come Afraate, Efrem Siro e Isacco di Ninive. Dopo la conquista araba perse rapidamente importanza a favore, appunto, dell’arabo.

Forse però pochi sanno che questa lingua non è completamente sparita. Essa continua ad essere usata, in combinazione con le lingue locali, nella preghiera delle Chiese siriaca, maronita, assira e caldea. Inoltre continua ad essere parlata per la comunicazione quotidiana da qualche centinaio di migliaio di persone in alcune zone della Turchia, della Siria, del Libano e dell’Iraq, nonché nei Paesi europei e americani verso cui si dirige l’emigrazione. Tre villaggi della Siria in particolare (circa diecimila persone) si esprimono interamente in siriaco.

Ma ciò che quasi nessuno sa è che anche a Gerusalemme e a Betlemme, nelle due piccole comunità strette attorno alla Chiesa siro-ortodossa, tale lingua è conosciuta e praticata. Soprattutto, è vero, presso persone di età matura, che hanno potuto approfittare della scuola posseduta un tempo dalla Chiesa e ormai chiusa da decenni per mancanza di forze. È comunque presente accanto all’arabo nel giornale locale; ed è anche possibile sentirla per le strade nelle formule di saluto e di cortesia, ma soprattutto quando giungono i pellegrini in occasione delle grandi feste: in tali momenti può accadere che sia quello lo strumento meglio in grado di far comunicare fra loro persone dalle provenienze più diverse.

C’è tuttavia chi prevede a breve scadenza l’estinzione del siriaco come lingua parlata. La chiesa siro-ortodossa di Terra Santa ne è acutamente cosciente, e non intende rassegnarvisi. Due estati fa ha organizzato a Gerusalemme un campo scuola ove per qualche settimana si insegnava ai bambini la liturgia e la lingua. Un anziano monaco originario della Turchia, colto e sorridente, bibliotecario e scriba nel piccolo monastero della città vecchia, si era incaricato di quest’iniziativa, che non potè peraltro seguire. In prospettiva più duratura, a Be tlemme (ove la comunità siriaca è più grande che a Gerusalemme) grazie a finanziamenti esterni è stata costruita e vien fatta funzionare una scuola, che finora prevedeva gli anni della materna, ma ove i primi bambini stanno giungendo alle elementari. La tradizione siriaca sarà parte del curriculum.

La lingua siriaca è una eminente caratteristica distintiva di questa piccola comunità tuttora fiera di avere come sua radice «la lingua di Gesù». Così, mentre le cattedre universitarie, in Israele e altrove, studiano le ricchezze di una cultura del passato, c’è anche chi con amoroso accanimento trasmette i valori di una tradizione sentita come presente.

(L’autore è monaco della Comunità di Bose e vive a Gerusalemme)

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