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È scritta nel Corano la via islamica alla pace

Paolo Branca
13 luglio 2006
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Il tema della violenza in nome della propria fede di appartenenza è serio e delicato. Non credo che possa essere liquidato semplicemente citando un versetto del Corano. Se facessimo lo stesso con la Bibbia non ne usciremmo meglio: «O Babilonia devastatrice, sia benedetto chi sfracelli i tuoi figli sopra una roccia!», recita il Salmo 137 (vv. 8-9) e per vantare la superiorità di un re sull’altro non si esita ad esclamare: «Saul uccise i suoi mille e Davide i suoi diecimila» (per ben tre volte nel I libro di Samuele, 18, 7; 21, 11; 29, 5). Vogliamo dedurne che ebraismo e cristianesimo predicano l’annientamento fisico o il disprezzo morale per tutti coloro che appartengono ad altre religioni?

I testi sacri, grazie al cielo, non sono catechismi… e pretendere di dedurre da singole frasi o episodi la natura vera e profonda del loro messaggio è un’operazione truffaldina che ignora secoli di storia per appiattirsi su un’interpretazione meramente letterale, propria tra l’altro esattamente dei tanto vituperati fondamentalisti.

Il termine «pace» ricorre nel Corano molte volte e soprattutto nella parte più antica, molto spesso in relazione alla vita futura. Essa è costantemente messa in rapporto con le opere di giustizia: «Sarà evitato (l’inferno) al più timorato che diede i suoi beni per purificarsi / e che non per ottener ricompensa da alcuno avrà fatto favori / ma per pia brama del Volto del Signore suo altissimo: / ed egli sarà in pace» (92, 17-21). Forse nell’immaginario collettivo non si pensa che nel Corano ricorrano espressioni di questo genere, poiché esso è spesso considerato essenzialmente incline a incitare all’aggressione, alla violenza, alla guerra. In realtà, accanto a versetti in tal senso, ce ne sono altri che enfatizzano i temi della pace, delle elemosine, delle buone azioni… Questi valori non sono estranei ai testi fondatori dell’islam, pur dovendo comunque poi essere letti, interpretati e rivissuti da ogni generazione.
Se i musulmani di un certo periodo preferiscono rifarsi a espressioni di altro tono, significa che le circostanze della loro esistenza e la loro libera scelta li inducono a privilegiare altre impostazioni, ma non perché sia assente o impraticabile una diversa lettura.

Non manca infatti nel Corano il riferimento alla pace nei rapporti tra gli uomini già sulla terra: «I servi del Misericordioso son coloro che camminano sulla terra modestamente, e quando i pagani rivolgon loro la parola rispondono: “Pace!”» (25, 63). L’opera di pacificazione è considerata meritoria: «Chi poi perdona, e fa pace fra sé e l’avversario, gliene darà mercede Iddio, perché Dio non ama gli iniqui» (42, 40). Sembra prevalere in genere l’intento difensivo: «Se dunque essi si tengono in disparte da voi e non vi combattono e vi offrono la pace, Dio non vi dà facoltà di combatterli» (4, 90), ma non mancano esortazioni a reagire con durezza, se necessario. È comunque stigmatizzato il comportamento di chi preferisce lo scontro per assicurarsi dei vantaggi materiali e lo stesso principio vale del resto all’interno dei rapporti intimi tra i singoli credenti: «E se una donna teme maltrattamenti o avversione da parte di suo marito non sarà male per essi che si mettan d’accordo fra loro, in pace; poiché la pace è bene. Gli animi son portati all’avidità, ma se farete del bene e temerete Iddio, Dio ben conoscerà quel che voi fate” (4, 128).

Ce n’è abbastanza per fondare una via islamica alla pace, sempre che si intenda leggere nelle proprie fonti questo valore e lo si voglia custodire e sviluppare.

(L’autore è arabista e islamologo presso l’Università cattolica del Sacro Cuore a Milano)

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