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Mondo arabo e Internet, un rapporto contrastato

Camille Eid
13 aprile 2006
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Sono i paradossi della globalizzazione. La Tunisia ha ospitato lo scorso novembre il Vertice mondiale sulla Società dell’informazione (Wsis) per propagare l’onda libera di Internet. Presenti un centinaio di capi di Stato e ministri, 20 mila delegati e centinaia di imprese e organizzazioni non profit. La disparità digitale – il cosiddetto digital divide  – è una delle barriere più alte tra Nord e Sud del mondo. Nel Medio Oriente, e nonostante il forte sviluppo degli ultimi anni, l’uso di Internet interessa solo l’8,6 per cento dei 187 milioni di abitanti, contro il 15,3 per cento del resto del mondo. Ma il contrasto è stridente anche all’interno di questa area. In Israele, il 45,8 per cento della popolazione (3 milioni e 200 mila persone) ha accesso alla grande rete, il 36,9 per cento negli Emirati Arabi Uniti, il 23,7 per cento nel Kuwait. Queste alte percentuali calano allo 0,1 per cento in Iraq, al 4 per cento nei territori dell’Autonomia Palestinese, al 4,3 per cento in Siria e al 10,4 per cento in Giordania. Mentre in Occidente ormai molti utenti pagano le bollette on line, comprano libri e dvd sulla rete e le imprese gestiscono gli ordini nei cinque continenti con un click sul mouse, milioni di persone sulle rive meridionali e orientali del Mediterraneo non hanno mai acceso un computer e sono tagliati fuori dalle nuove strade battute dalla crescita economica. È una povertà – quella digitale – che va di pari passo con la mancanza della democrazia e del pluralismo. In Iran (dove l’uso potenziale di Internet interessa appena 5,5 milioni di persone, l’8 per cento della popolazione) il governo impone lo stesso tipo di censura degli altri organi di stampa: controllo rigido sui temi religiosi e politici. In Arabia Saudita gli Internet service provider, cioè gli accessi alla rete, sono numerosi ma dei filtri impediscono di accedere a informazioni contrarie ai cosiddetti valori islamici. Quest’ultimo Paese non ha mai ratificato l’articolo 19 dei Patti internazionali per i diritti civili e politici sulla libertà di espressione secondo il quale «ogni persona ha diritto di ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni tipo senza distinzione di frontiere». Altri Paesi, seppur firmatari, non l’han no mai applicato.

La stessa scelta di Tunisi quale sede del Vertice mondiale è stata oggetto nei mesi precedenti di una netta opposizione da parte delle organizzazioni di difesa della libertà di espressione. Nel corso di un incontro preliminare, l’associazione Reporters sans frontières (www.rsf.org ) ha presentato un rapporto sulla violazione in questo campo nel Paese maghrebino. No nostan te le pressioni internazionali, la cyberpolizia tunisina continua a controllare i siti, e a censurare quelli non graditi. E in galera continuano a rimanere internauti che hanno scaricato materiale ritenuto collegabile ai gruppi islamici radicali e un avvocato reo di aver diffuso su una rivista telematica opinioni contrarie al governo. Tuttavia, la Tunisia ha voluto presentarsi come l’incubatrice della società dell’informazione nel mondo arabo e il Nordafrica. Il presidente Zinelabidine Ben Ali ha addirittura fatto dell’Information Technology il suo cavallo di battaglia: un milione di computer nelle case tunisine entro il 2009, con agevolazioni di pagamento, corsi di alfabetizzazione, informatica per bambini, internet-cafè, fino ai collegamenti dentro scuole, biblioteche e uffici pubblici.

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