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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia.
Da tre anni l'arcivescovo emerito di Milano vive nella Città Santa. Una scelta che affonda le sue ragioni in un legame spontaneo, profondo, nato in una mattina di luglio di quarantacinque anni fa...

Martini. Gerusalemme, casa mia

Giuseppe Caffulli
10 aprile 2006
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Martini. Gerusalemme, casa mia
Il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita.

Passa le giornate lavorando e pregando, alternando le ore dedicate alla ricerca (sta studiando il codice Bodmer e ha appena tenuto un corso di esercizi sulla Passione di Giovanni) a lunghe passeggiate. «Me l’han­ no ordinato i medici – dice – come forma di terapia per il Parkinson, la malattia che mi accompagna in questi miei anni. Ogni giorno almeno cinquemila passi. Cerco di ubbidire».

Dal suo studio al Pontificio istituto biblico di Gerusalemme il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, osserva la Città Santa vivere la sua vita di sempre, tra attese, conflitti e speranze. Una città a lui particolarmente cara, visceralmente amata, da dove quotidianamente leva una preghiera di intercessione per le persone conosciute e per la pace: a Gerusalemme, a Milano, come nel mondo intero.

«Pregare è un esercizio di speranza. Significa inserirsi nel fiume di preghiera che la Chiesa eleva ogni giorno. Sono convinto che oggi più che mai il mondo abbia bisogno di questo flusso di preghiera che sostiene l’umanità».

Eminenza, ormai da tre anni vive a Gerusalemme. Come è maturata questa scelta?

La scelta di vivere a Gerusalemme non è il frutto di una elaborata riflessione, è piuttosto l’ubbidienza ad un impulso interiore simile a quello di cui diceva san Paolo nel suo di­ scorso agli anziani di Efeso: «Vado a Gerusalemme, non sapendo perché, ma avvinto dallo Spirito». Avverto un legame spontaneo con questa  città alla quale, fin dalle prime volte che l’ho incontrata, sento di appartenere e nella quale riscopro più vivi e profondi i legami con le realtà e le persone che nella mia vita ho incontrato.

La Scrittura e la Terra Santa sono state il filo rosso della sua vicenda di religioso gesuita prima e di vescovo poi. Quando si è recato per la prima volta in Israele?

Sono stato per la prima volta in Terra Santa nel 1959 quando ho fatto un viaggio in Oriente che è durato due mesi, la cosiddetta «carovana biblica». Arrivammo a Gerusalemme da Amman, era il 12 luglio, la vigilia dell’anniversario della mia prima Messa. Il giorno dopo, nel mio settimo anniversario di ordinazione, ebbi la possibilità di celebrare la Messa al Santo Sepolcro, alle 4 del mattino. Fu una esperienza molto intensa, una sensazione fortissima di «vita», di ciò che significa «vita». Pregando e celebrando da solo sulla pietra dal Sepolcro, con pochissime persone che assistevano fuori, mi pareva di cogliere in una maniera straordinariamente lucida che la vita è il tema nodale di tutte le religioni, è l’anelito dell’umanità, che in quel luogo si concentrava ogni speranza, ogni certezza, tutta la fiducia di vita.

In quali altre occasioni è tornato in Terra Santa?

Sono tornato molte volte, soprattutto a Gerusalemme e sempre più ho imparato ad amarla. Arrivando là avevo l’impressione di essere a casa. Quando di sera passeggiavo sulla terrazza del Biblico e contemplavo il meraviglioso panorama, le mura e la Città Vecchia, il Monte Sion, mi dicevo: «Ecco, qui sono a casa». Dei pellegrinaggi conservo vivissimo il ricordo di quelli compiuti con i fedeli della diocesi di Milano, quello molto partecipato del 1995 che fu sulle orme del grande pellegrinaggio compiuto dal beato cardinal Ferrari nel 1902 e quello del 1999, alla vigilia del grande Giubileo del 2000.

Lei ha insistito sempre sulle radici della nostra fede, che affondano nella tradizione ebraica e nella Bibbia. Crede che nella comunità ecclesiale, oggi, sia chiara questa consapevolezza?

Mi pare che questa consapevolezza oggi sia molto più chiara, anche per i ripetuti interventi del magistero universale della Chiesa, di Conferenze episcopali, di singole Chiese e per i numerosi convegni, dibattiti, dialoghi, incontri che si svolgono in tanti luoghi per diverse circostanze. Ma certamente è una consapevolezza che deve crescere ancora, soprattutto nella vita quotidiana del popolo di Dio. Credo che la strada da percorrere sia quella di prendere sempre maggiore confidenza con la Bibbia e di imparare a pregare con la Parola di Dio tra le mani e nel cuore. E comprendere come il grande mistero di salvezza operato da Dio ha nella elezione di Abramo e  della sua discendenza il suo inizio nella storia.

Paolo VI parlava dei Luoghi Santi come del quinto Vangelo. Eppure, a volte, gli stessi cristiani non colgono l’importanza di un contatto diretto con la terra di Gesù…

Anzitutto sono molto lieto della ripresa dei pellegrinaggi in Terra Santa, soprattutto in questo ultimo anno. Ho spesso occasione di incontrare gruppi qui a Gerusalemme e scopro persone motivate e ben preparate, disposte a compiere un vero pellegrinaggio nel quale alla ricerca dei segni tangibili degli eventi di salvezza che si sono compiuti in questa terra si accompagna un cammino interiore di silenzio per ascoltare più chiaramente la Parola di Dio e di conversione per diventare operatori di pace e di riconciliazione. Tra quanti hanno vissuto questa esperienza, molti mi dicono che in loro rimane qualcosa di indelebile, sentono che la loro fede è più viva. Perciò incoraggio, in particolare chi non lo avesse ancora provato, a farsi pellegrini in Terra Santa.

In uno dei suoi interventi pubblicati in Verso Gerusalemme (Feltrinelli, Milano 2002), lei rimarca che Gerusalemme è, ieri come oggi, Mistero e Profezia… Cosa significa?

Anzitutto significa che l’amore di Dio per Gerusalemme non viene mai meno. Che gli eventi di salvezza che si sono compiuti in essa ci toccano tutti, ieri come oggi. Significa dunque che Gerusalemme rimane una città unica al mondo che ci affascina, ci cattura, ci interpella con i suoi mille significati che possono essere letti in tutti gli aspetti della vita e possono riferirsi a mille realtà della ricerca che Dio fa dell’uomo e del cammino dell’uomo verso Dio.

Le religioni del Libro guardano tutte a Gerusalemme. Il dialogo tra cristianesimo, i­ slam ed ebraismo è irto di ostacoli. Come costruire ponti di dialogo in una città amata e contesa? 

Chi abita a Gerusalemme sa che vi sono qui, a livello di picc ole realizzazioni, tanti sforzi, dei tentativi di dialogo, di incontro, di comprensione, di riconciliazione, di perdono. Tutti coloro che lavorano in questo senso, spesso nel silenzio e nel nascondimento, hanno capito che la pace ha un prezzo e che ciascuno deve pagare la sua parte. Questo richiede di mettere molto in alto sulla scala dei valori il rispetto per l’altro, per la sua tradizione e cultura, nella persuasione che v’è in lui la stessa dignità umana che c’è in me e che egli gode degli stessi diritti e prerogative.

«Chiedere pace per Gerusalemme». Eminenza, lei non perde occasione per richiamare il dovere della preghiera per una terra tanto provata.  Per «intercedere»…

Nella mia preghiera di intercessione, anzitutto chiedo a Dio perdono per i nostri peccati, per tutti gli egoismi che frenano la costruzione di rapporti di verità, di giustizia, di libertà, di carità. Lo prego di cambiare il nostro cuore, di purificarlo da ogni fermento di ostilità, da ogni pregiudizio, da ogni desiderio di primeggiare, e di sostituirlo con un cuore pacifico che sappia soffrire della sofferenza dell’altro, farsi solidale con tutti, con i più deboli, gli inermi, i minacciati. È una preghiera nella quale mi affido molto alla misericordia di Dio e alla sua potenza d’amore che non viene mai meno.

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