Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Analfabetismo biblico, piaga dei nostri tempi

Paolo Branca
10 aprile 2006
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Le nostre giovani generazioni, e non solo quelle, sono afflitte da un problema che, prima che confessionale, è di fondamentale rilevanza culturale: l’analfabetismo biblico. Non molti anni fa, il corrispondente dal Medio Oriente di uno dei principali quotidiani italiani, parlando della «tomba di Giuseppe», come luogo venerato sia dagli ebrei che dai musulmani, identificò a colpo sicuro che si trattava del «genitore di Cristo», senza neppure essere sfiorato dal dubbio che potesse essere invece qualcun altro, forse più importante agli occhi di quelle genti rispetto allo sposo di Maria, figura del resto piuttosto defilata anche presso i cristiani. Resta un mistero come chi ignori evidentemente del tutto l’esistenza di un figlio di Giacobbe che portava quello stesso nome possa pretendere di comprendere e quindi di spiegare ai suoi poveri lettori quel che succede  in Terra Santa. Questo episodio la dice lunga non soltanto sulle gravi lacune in fatto di religione proprie dei nostri giornalisti, ma anche e soprattutto sulle carenze di una «cultura generale» nella quale sembra che neppure i titoli delle opere di Thomas Mann rientrino nel bagaglio di una persona di presumibile formazione universitaria. A quel Giuseppe è dedicata un’intera sura del Corano, e c’è da scommettere che la maggioranza degli incolti musulmani che popolano le nostre città ne sappiano a memoria almeno qualche passo. La vicenda del figlio di Giacobbe è definita dal Corano «la più bella delle storie» (XII, 3) ed essa non è priva di numerosi tratti di palpitante umanità. Come nella Bibbia, inoltre, non mancano addirittura alcuni dettagli scabrosi, specialmente quelli relativi alla passione della moglie di Putifarre per il giovane ebreo che ella tenta maliziosamente a più riprese, ma invano, di sedurre. Qualche puritano, anche tra i musulmani, si è persino scandalizzato del fatto che un Testo rivelato potesse indulgere su simili dettagli. Riprendendolo dalla tradizione ebraica, il Corano ripropone persino lo stratagemma col quale la donna si sarebbe vendicata delle amiche che la dileggiavano per essersi innamorata di un servo: forniti ad esse coltelli affilati con cui sbucciare delle arance, fece chiamare Giuseppe che quando apparve distrasse le donne con la propria avvenenza tanto che alcune di loro finirono per ferirsi le mani, non badando più troppo a quel che stavan facendo! Se c’è ancora qualcuno che pensa ai Testi sacri come a dei noiosi polpettoni moralistici, sarà bene che si ricreda. Magnifiche narrazioni, ben più appassionanti di tanta pseudo-letteratura per ragazzi e non, arricchiscono le pagine della Bibbia e del Corano. Se nel cristianesimo esse sono diventate spesso raffigurazioni pittoriche o scultoree, se hanno ispirato musicisti e letterati di ogni epoca, per ebrei e musulmani è ancora la loro forma originaria a conservarli e a trasmetterli attraverso le generazioni. Anche i miseri che approdano sulle nostre sponde ne mantengono almeno qualche reminiscenza, certamente più di noi, troppo distratti dal nostro benessere e obnubilati dal carosello multicolore dell’effimero circo mediatico che ci travolge. I loro scarsi studi sarebbero così paradossalmente più adeguati di tutte le nostre tecnologie per comprendere la storia, l’arte, la musica e la filosofia – prima ancora che la fede – di quel continente che li guarda con tanta supponenza e che facilmente liquida come leggende «superate» le storie alle quali si sono abbeverati per secoli quanti hanno edificato le nostre civiltà.

(L’autore è arabista e islamologo presso l’Università cattolica del Sacro Cuore, Milano)

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