Nel dramma della guerra, la presenza dei cristiani in Terra Santa è segno di un’irriducibile speranza che non si nutre di risultati immediati. Lo ribadisce il Custode che porta al Meeting di Rimini 2026 la sua testimonianza insieme al parroco di Gaza padre Gabriel Romanelli. «Il Santo Sepolcro ci ricorda ogni giorno che l’ultima parola non appartiene alla morte»
Rimanere. Custodire. Verbi che documentano una presenza e orientano lo sguardo a riconoscere i segni di una speranza irriducibile, ostinata, capace di costruire anche là dove una distesa immensa e grigia di macerie soffoca l’ultimo sussurro di una umanità ferita. Cristiani dentro un conflitto che sembra non avere fine né confini, lungo giornate, settimane, mesi, anni segnati da bombardamenti, morti, dolore, odio. Eppure…
«Eppure, la speranza cristiana rimane certa, perché non si fonda sulle vicissitudini della storia, ma sulla Risurrezione di Cristo. Il Santo Sepolcro ci ricorda ogni giorno che l’ultima parola non appartiene alla morte».
Padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, lo ricorda con voce pacata e ferma in occasione della presentazione della 47esima edizione del Meeting di Rimini, luogo di incontri, testimonianze, esperienze educative, mostre e opere radunate quest’anno attorno all’ultimo verso della Divina Commedia «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Meeting che attende la visita di papa Leone XIV e che si chiuderà con un intervento del cardinale Pierbattista Pizzaballa dal titolo profetico: «Scrutando il cielo di Gerusalemme».
Condividere il destino
«La Custodia di Terra Santa esiste da quasi ottocento anni – sottolinea padre Ielpo –. In questo tempo ha attraversato invasioni, epidemie, persecuzioni, cambiamenti politici e guerre di ogni genere. Se dovessi riassumere la nostra missione in una sola parola, sceglierei proprio questo verbo: rimanere, essere presenza. Rimanere significa condividere il destino delle persone che ci sono affidate. È ciò che fanno i miei confratelli nelle parrocchie e nelle comunità della Siria, del Libano, della Palestina, di Israele e della Giordania. Vivono le stesse paure di tutti, le stesse incertezze, sentono il suono delle sirene, soffrono per la mancanza di sicurezza e vedono partire tanti giovani e tante famiglie. Eppure, restano. E io ho visto con i miei occhi quale forza può avere questa semplice presenza».
Nella settimana del Meeting, il custode dialogherà lunedì 24 agosto in Auditorium con padre Gabriel Romanelli, parroco latino di Gaza. Poi nel pomeriggio risponderà alle domande di un gruppo di studenti.
«Ad Aleppo – racconta –, ho incontrato una giovane coppia di sposi. Avevano deciso di lasciare la Siria, di fuggire dalla guerra. Avevano già preparato tutto per partire. Poi hanno cambiato idea. Ho chiesto a loro: perché? Mi hanno risposto: perché il parroco è rimasto. Avevano visto che i frati francescani continuavano a celebrare l’Eucaristia, a visitare le famiglie, ad aiutare i poveri, a condividere la paura delle persone. La speranza cristiana non nasce dall’ottimismo, né da una previsione favorevole sul futuro. Nasce da una presenza».

Un francescano della Custodia di Terra Santa benedice una casa nella città vecchia di Gerusalemme. (foto Lucia Borgato/CTS)
E ancora: «Molti pensano che sperare significhi augurarsi che domani tutto andrà meglio. In Terra Santa impariamo ogni giorno che non è così. La speranza nasce quando qualcuno ti dice con la propria vita: io non ti lascio solo, io rimango. È esattamente ciò che Dio ha fatto con noi nell’Incarnazione: non ha eliminato il dolore dal mondo, ma è entrato dentro il dolore del mondo per fare compagnia all’uomo».
Una presenza che cambia anche il modo di guardare le persone e scavalca le barricate degli schieramenti.
Padre Ielpo ne è certo: «In una situazione così polarizzata come quella del Medio Oriente, la tentazione è quella di dividere il mondo tra buoni e cattivi, tra amici e nemici. Viviamo in un contesto in cui, prima ancora di chiederti chi sei, molti vogliono sapere da che parte stai. Non schierarsi secondo le logiche della contrapposizione non significa tuttavia essere neutrali. Al contrario, siamo chiamati a vivere il Vangelo, a implicarci fino in fondo con il destino di ogni uomo e di ogni donna. Non schierarsi secondo le logiche della contrapposizione significa denunciare con chiarezza ogni ingiustizia senza permettere all’odio di abitare il nostro cuore. Significa difendere la dignità di ogni persona senza rinunciare alla verità e senza perdere la capacità di guardare ogni essere umano come un figlio di Dio».
Accanto alle persone
Il secondo verbo è custodire. «La comunità cristiana è chiamata a custodire una speranza che non si nutre di risultati immediati, ma si fonda sulla Risurrezione di Cristo. Per questo la comunità cristiana continua ad aprire scuole, continua a sostenere famiglie, anziani, bambini e poveri. Continua a pregare ogni giorno nei Luoghi Santi anche quando, a causa del conflitto, le porte delle chiese devono rimanere chiuse. Possono sembrare gesti piccoli di fronte a tutto il male che stiamo attraversando. Credo invece che siano il modo concreto con cui Dio continua a custodire la speranza del mondo e a ricordare che una fraternità è ancora possibile».

Gerusalemme, la basilica del Santo Sepolcro nella festa della Dedicazione. (foto CTS)
È questa la missione dei cristiani oggi in Terra Santa?
«La nostra missione – conclude il Custode – è rimanere accanto alle persone, perché è proprio nella fedeltà quotidiana che il Vangelo diventa credibile. Custodire quei piccoli germogli di dialogo che ancora resistono: gli incontri, i gesti di riconciliazione che raramente fanno notizia, ma che tengono aperta la possibilità della pace. Se oggi la Terra Santa continua a parlare al mondo, non è soltanto i suoi straordinari santuari ma è per le sue pietre vive: uomini e donne che, nonostante tutto, scelgono la riconciliazione, il perdono e la fraternità. È questa la testimonianza che le nostre comunità in Terra Santa continuano a offrire alla Chiesa e al mondo: la speranza cristiana non consiste nell’assenza della croce, ma nella certezza che il Crocifisso è risorto e continua a camminare con il suo popolo».
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Al Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini, che si svolge dal 21 al 26 agosto, è presente Fondazione Terra Santa con un proprio stand. Legati alla Terra Santa sono alcuni momenti speciali del Meeting. Il 21 agosto ore 21.30 al Teatro Galli, il concerto di apertura, con il coro Yasmeen di Gerusalemme. Il 24 agosto, ore 12, dialogano padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa e padre Gabriel Romanelli, parroco latino di Gaza. Introduce Alessandra Buzzetti, giornalista, corrispondente per TV2000 dalla Terra Santa. Buzzetti modererà anche il dialogo tra i giovani e il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, il 26 agosto, alle ore 19.
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Nel nord di Israele c'è un distretto dove la presenza araba cristiana - specialmente ortodossa e cattolica melchita - non solo è antica e radicata, ma è parte viva della società.
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Un volume fresco di stampa sul progetto e i metodi d’indagine apre la collana scientifica con cui, nell’arco dei prossimi anni, l’équipe della Sapienza Università di Roma renderà conto agli studiosi di tutto il mondo della campagna archeologica nella basilica di Gerusalemme.


























