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Bushra al-Tawil, da febbraio in prigione senza accuse né processo

Manuela Borraccino
1 ottobre 2026
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Proteste dalle organizzazioni dei diritti umani palestinesi per la giornalista 33enne in reclusione da sette mesi. È una dei 3.176 palestinesi in stato di detenzione preventiva nelle carceri di Israele: tra loro 19 reporter.


Continua ad essere spostata da un regime di isolamento all’altro nelle carceri israeliane la giornalista palestinese 33enne Bushra Al-Tawil, dallo scorso febbraio in «detenzione amministrativa» o «preventiva». Protestano le organizzazioni palestinesi per i diritti umani. La giovane giornalista è una dei 3.176 palestinesi in stato di detenzione preventiva nelle carceri di Israele: tra loro 19 reporter, ovvero senza la formalizzazione delle accuse e senza processo. Le organizzazioni per i diritti umani dei prigionieri palestinesi, si legge in una nota dell’associazione Addameer, «ritengono le autorità di occupazione pienamente responsabili della sorte della detenuta amministrativa Bushra Al-Tawil», sottoposta all’isolamento prima nel carcere di Neve Tirtza ed ora in quello di Damon.

Bushra al-Tawil, figlia dell’esponente politico Jamal al-Tawil – che a sua volta ha trascorso molti anni in detenzione amministrativa –, è una dei 3.176 palestinesi prigionieri senza sapere di che cosa vengono accusati, reclusi secondo le autorità israeliane per le potenziali minacce allo Stato che potrebbero porre in atto. È anche una dei 37 giornalisti palestinesi attualmente in carcere (dei quali 19 in detenzione preventiva) e una delle 88 donne detenute, fra le quali 21 in regime preventivo.

Originaria della città di Al-Bireh, Bushra al-Tawil è stata arrestata almeno otto volte per la sua attività giornalistica a partire dal 2011 quando, appena 18enne mentre frequentava ancora le scuole superiori, ha cominciato a denunciare le condizioni dei detenuti nelle carceri israeliane. Dopo la laurea in Giornalismo a Ramallah, nel 2014 ha fondato la rete di giornalisti Aneen AlQeed per gettare luce sullo stato dei prigionieri palestinesi, con una particolare attenzione al trattamento riservato alle donne nelle prigioni israeliane.

Le organizzazioni per la libertà di espressione e per la tutela dei reporter ricordano come Bushra al-Tawil abbia passato complessivamente più di quattro anni in carcere in regime di detenzione amministrativa, come forma di intimidazione da parte di Israele per via delle sue inchieste su quel che avviene nei penitenziari dello Stato ebraico.

In una dichiarazione congiunta, le organizzazioni hanno chiesto l’immediato rilascio di al-Tawil e la fine del suo isolamento, sottolineando che il caso della reporter è emblematico di un più ampio fenomeno di escalation contro le detenute: all’isolamento sistematico si aggiunge la negazione dei più basilari diritti all’igiene personale e all’assistenza sanitaria, con la diffusione di malattie, come la scabbia, che sono ormai diventate uno strumento di tortura. I collettivi parlano apertamente di «strumenti per logorare i detenuti e mettere in pericolo le loro vite, lasciando profonde conseguenze fisiche e psicologiche». Il caso mette in luce anche come la detenzione amministrativa sia diventata un’esperienza ricorrente all’interno di una stessa famiglia, generazione dopo generazione.

Secondo gli ultimi dati raccolti dall’associazione Addameer al 16 settembre risultavano 9.350 i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, fra i quali 350 minorenni e 1.393 «combattenti illegali», quasi tutti arrestati nella Striscia di Gaza senza accuse e senza processo, secondo una legge israeliana definita illegittima dalle agenzie umanitarie internazionali. Il caso di al-Tawil è emblematico anche dell’escalation sulla politica di isolamento nelle carceri. «Attraverso unità speciali – rimarca l’organizzazione in una nota – l’Amministrazione penitenziaria conduce operazioni di repressione sistematiche in cui viene selezionata una delle stanze o delle celle e, una volta completata l’operazione, un gruppo di detenute viene trasferito in celle di isolamento senza essere informato dei motivi e senza possibilità per le detenute di contestare i motivi del provvedimento, intensificandone così l’impatto psicologico. Questa pratica è diventata sistematica, in particolare negli ultimi mesi».

In una lunga intervista per il podcast della testata arabo-israeliana +972 Magazine l’avvocata Sahar Francis – una delle massime esperte della condizioni carceraria in Israele in quanto legale di centinaia di detenute e detenuti palestinesi e per anni direttrice dell’associazione Addameer – ha denunciato un peggioramento senza precedenti della situazione nei penitenziari israeliani. Quasi la metà degli uomini palestinesi in Cisgiordania e a Gaza è stata detenuta almeno una volta nella vita. La situazione si è aggravata dal 7 ottobre 2023, specialmente a Gaza, dove i soldati israeliani hanno arrestato in massa migliaia di uomini, donne e bambini, di molti dei quali non si hanno più notizie.

Si sa che circa 100 palestinesi sono morti mentre erano in custodia israeliana negli ultimi tre anni ma il bilancio reale – considerati i gazesi dati per dispersi – è probabilmente peggiore. Lo stato di emergenza dichiarato in Israele dopo il 7 ottobre 2023 si è esteso anche alle carceri e non è mai più stato revocato: gli abusi all’interno delle prigioni e dei centri di detenzione militari sono aumentati a dismisura.

Israele, rimarca l’avvocata Sahar Francis, ha sempre fatto ricorso ad arresti arbitrari e a condizioni carcerarie crudeli, ma la dimensione e la natura degli abusi verificatisi dal 7 ottobre, con numerosi casi di stupro come forma di tortura ai danni di uomini e donne, non hanno precedenti negli ultimi 25 anni. Solo con pressioni interne e internazionali su Israele, rimarca la legale, si potrà arrivare ad una soluzione politica per i diritti dei palestinesi e porre fine alla brutalità istituzionalizzata anche all’interno delle carceri.

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