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La Gerusalemme santa e aspra di Kamal

Luca Balduzzi
8 settembre 2026
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La Gerusalemme santa e aspra di Kamal

È la burocrazia la dura avversaria del protagonista di questo fim di Muayad Alayan, presentato nella sezione Spotlight della Mostra del cinema a Venezia. Il regista narra la storia di Kamal a partire da un punto di vista insolito, ma non meno drammatico.


Kamal, un 60enne palestinese residente nella città vecchia di Gerusalemme, riceve da un tribunale israeliano l’ordine di saldare un ingente debito previdenziale intestato a suo figlio Wael. Il quale, però, è annegato nel mar Rosso più di venti anni prima. Senza una dichiarazione di morte ufficiale, Kamal segue il solo indizio ancora a disposizione – il referto del trasposto in ambulanza di Wael all’ospedale di Eilat – per scoprire la verità su che cosa è accaduto a suo figlio.

È la burocrazia la dura avversaria del protagonista del film Hiwar ma’ albahr (Conversation with the Sea) di Muayad Alayan, presentato nella sezione Spotlight dell’83^ edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia in corso al Lido.

Gli scontri con la polizia israeliana rimangono appena al di fuori delle mura (ad aprire il film sono immagini – reali – girate alla porta di Damasco e lungo Sultan Sulayman Street, all’ingresso del quartiere arabo), e Kamal si mantiene a distanza dalle discussioni sulla questione israelo-palestinese, senza dare una risposta a chi gli chiede un’opinione.

Non per questo l’ostilità è meno presente o meno pesante. Anche la burocrazia, infatti, si può facilmente trasformare in un’arma per costringere Kamal ad abbandonare la propria casa. E, magari, far subentrare una famiglia israeliana, come è successo e continua a succedere anche nella città vecchia, dove bandiere israeliane sventolano su qualche davanzale o qualche tetto del quartiere musulmano.

«A Gerusalemme la vita è triste e dura – confessa Kamal a una persona incontrata durante la propria ricerca –. Sembra che ci sia un piano nascosto per farci perdere la speranza e partire».

Una storia necessaria, come tutte quelle che arrivano dai Territori palestinesi di Cisgiordania e Gaza. Forse ancor più necessaria perché adotta un punto di vista differente dal solito.

La ricerca della verità sulla morte del figlio da parte di Kamal è anche e soprattutto un viaggio personale, con risvolti che niente hanno a che fare con l’attualità quotidiana (stiamo parlando di un lungometraggio, non di un documentario), e il contesto non può che condizionarlo. Alayan, però, riesce a mantenersi distante da qualsiasi banalizzazione, esagerazione e forzatura.

«L’evento da cui prende avvio Hiwar ma’ albahr è ispirato a fatti famigliari reali e personali – spiega il regista –. Il resto, pur essendo immaginario, riflette diverse sfumature delle mie riflessioni sulla complessa, soffocante eppure ricca esperienza di vivere a Gerusalemme. Crescere in questa città è stato difficile, ma anche un’esperienza profondamente formativa, che ha plasmato il mio sguardo sulla vita e sul mondo. Gerusalemme vive sotto il peso della paura. Soldati e coloni armati fanno parte della quotidianità; demolizioni di case ed evacuazioni sono eventi ricorrenti nella città santa. Costantemente, le persone intorno a te vengono arrestate, ferite o uccise. L’ambiente sembra concepito per alimentare il perpetuarsi della violenza e del terrore».

Ma, «per quanto dura sia la vita qui, bisogna comunque andare avanti: vivere, amare, respirare, cercare la felicità, trovare un sostentamento e qualcosa in cui riporre speranza. La quotidianità dei palestinesi comuni, degli antieroi che vivono sotto occupazione nella Gerusalemme segregata del film, è al centro di molte delle mie opere e anche di Hiwar ma’ albahr».

In particolare, soggiunge Alayan, «il film è anche una lettera d’amore e di odio alla mia unica casa, alla mia unica città: nostalgia per ciò che era e dolore per ciò che sta diventando».


Hiwar ma’ albahr (Conversation with the Sea)
regia: Muayad Alayan
interpreti: Kamel El Basha, Amer Hlehel, Ruba Blal, Haitham Omari, Bahira Ablassi, Maria Zreik, Rebecca Esmeralda Telhami
produzione: PalCine Productions (Muayad Alayan, Rami Alayan), KeyFilm (Hanneke Niens), Metafora Production (Faycal Hassairi), Red Sea Fund
durata: 112 minuti
lingua: arabo, ebraico, inglese
paesi: Palestina, Paesi Bassi, Arabia Saudita, Qatar
sceneggiatura: Muayad Alayan, Rami Alayan

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