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Alghe arrivate dall’Egitto assetano Gerusalemme

Terresainte.net
8 settembre 2026
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Alghe arrivate dall’Egitto assetano Gerusalemme
Serbatoi d'acqua potabile d'emergenza vengono installati nel quartiere di Givat Shaul a Gerusalemme a causa delle interruzioni nell'approvvigionamento idrico su scala nazionale, 1 settembre 2026. (foto Chaim Goldberg/Flash90)

Microalghe provenienti dall'Egitto hanno costretto cinque dei sei impianti israeliani di dissalazione a fermarsi, causando restrizioni idriche e l’installazione di cisterne a Gerusalemme. Panico in Israele: la dissalazione non risolve dunque tutto?


Vedere comparire cisterne d’acqua potabile a pochi passi dalla Porta di Damasco a Gerusalemme aveva del sorprendente. Lunedì 31 agosto, cinque dei sei impianti israeliani di dissalazione sono stati temporaneamente messi fuori servizio. Mai visto accadere una cosa del genere.

La causa è un’elevata torbidità dell’acqua marina, verosimilmente provocata da microalghe risalite dal delta del Nilo sotto l’effetto delle onde. Queste particelle minacciavano le fibre molto sensibili dei sistemi di filtraggio. Solo l’impianto di Hadera (a nord di Tel Aviv) ha continuato a funzionare normalmente. Gli impianti di Sorek A e B, Palmachim, Ashkelon e Ashdod (situati a sud, tra Tel Aviv e Gaza) hanno dovuto chiudere, riaprire brevemente, e fermarsi di nuovo.

L’incidente colpisce il cuore del sistema israeliano. Secondo la testata digitale The Times of Israel, gli impianti di dissalazione forniscono fino all’80 per cento dell’acqua potabile del Paese. Sui 2,3 miliardi di metri cubi necessari ogni anno, circa 800 milioni provengono dalla dissalazione. Altri 700 milioni provengono dalle acque reflue riciclate e dalle acque salmastre, destinate principalmente all’agricoltura.

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Questa dipendenza è tanto più preoccupante in quanto la produzione fatica già a stare al passo con la domanda. Dopo due anni di precipitazioni inferiori alla media, la crescita demografica e il cambiamento climatico accentuano la pressione sulle riserve. Diversi progetti di impianti hanno accumulato ritardi a causa della pandemia e poi della guerra, che ha mobilitato parte del personale e allontanato i tecnici stranieri incaricati della manutenzione. «Se gli impianti di dissalazione funzionassero a piena capacità, la situazione sarebbe molto migliore», riconosceva, pochi giorni prima della crisi, Yehezkel Lifshitz, direttore dell’Autorità delle Acque. Secondo lui, Israele prevede di raddoppiare la propria capacità di dissalazione entro sette o otto anni. Ma fino ad allora bisognerà reimparare a risparmiare: una riduzione del 5 per cento del consumo annuo delle famiglie rappresenterebbe, da sola, l’equivalente della metà della produzione di un impianto di dissalazione, secondo quanto riporta All Israel News.

Serbatoi d’acqua potabile d’emergenza installati vicino alla città vecchia di Gerusalemme, 1 settembre 2026. (Foto Chaim Goldberg/Flash90)

A Gerusalemme, serbatoi d’emergenza sono stati collocati nel quartiere di Musrara, vicino alla città vecchia, indica il Times of Israel senza precisare se dispositivi simili siano stati installati anche in altre città, ma cali di pressione e interruzioni localizzate sono stati segnalati in diverse regioni. Alle amministrazioni locali è stato ordinato di limitare l’irrigazione di parchi e giardini. Nel Negev, l’approvvigionamento di alcune aziende agricole è stato interrotto. Shai Swissa, proprietario di una fattoria a Kadesh Barnea, ha raccontato alla televisione israeliana che centinaia di animali erano rimasti senz’acqua: «Dobbiamo trasportare l’acqua destinata a chi lavora nei campi con dei sacchi».

Due impianti hanno potuto riprendere l’attività il 2 settembre e l’acqua veniva di nuovo fornita agli agricoltori del sud, mentre Ashkelon e Ashdod (i due impianti più meridionali) restavano fermi. Il ministro dell’Energia, Eli Cohen, ha promesso che lo Stato avrebbe garantito «l’approvvigionamento regolare di acqua a tutte le famiglie del Paese», definendo il fenomeno estremamente raro, «mai osservato negli ultimi vent’anni».

Ma l’allarme ha incrinato il senso di sicurezza nato dai successi tecnologici israeliani. «Decenni di dipendenza dalla dissalazione hanno creato una falsa fiducia», avverte Clive Lipchin, esperto di acqua presso l’Istituto Arava, nell’analisi pubblicata dal Times of Israel. Per il professor Dror Avisar, «la dissalazione dovrebbe integrare le risorse naturali, non sostituirle».

Da allora, l’origine e la gestione della crisi hanno sollevato altre domande. Secondo Haaretz, le microalghe provenienti dal delta del Nilo potrebbero essere proliferate a contatto con le acque reflue scaricate nel Mediterraneo da Gaza, dove le infrastrutture di depurazione sono state in gran parte distrutte o messe fuori uso dalla guerra. Il nesso preciso resta da stabilire, ma gli scienziati ricordano che le acque fognarie apportano alle alghe i nutrienti che ne favoriscono lo sviluppo.

Per tentare di arginare questa proliferazione, l’Autorità israeliana delle Acque ha fatto disperdere per via aerea, al largo di Ashkelon, una miscela di prodotti alghicidi contenente solfato di rame, a una concentrazione che avrebbe raggiunto 27 volte la norma consentita, secondo un’inchiesta del canale israeliano 13 News ripresa da Haaretz. L’operazione era stata autorizzata da un comitato interministeriale, ma realizzata senza informare preventivamente il pubblico.

Il ministero della Salute ha raccomandato, per precauzione, un divieto temporaneo di pesca nella zona. Non è stato invece dichiarato alcun divieto di consumare l’acqua del rubinetto o il pesce. I sei impianti avevano ripreso l’attività giovedì 3 settembre, ma le autorità israeliane cercano di placare le proteste degli ambientalisti, dei residenti e dei consumatori.

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