Una dissidente: In Turchia violenza di Stato contro le donne dopo il 2016
Autoritarismo di genere ed esclusione delle donne dalla vita politica e sociale in seguito al fallito colpo di Stato di dieci anni fa in Turchia. Oltre 630mila donne inquisite e 150mila detenute perché dissidenti. La denuncia della ricercatrice in esilio Hafsa Girdap.
Giro di vite in Turchia contro la leadership delle donne nella società e nella politica. A partire dal 2011 e con una marcata accelerazione dopo il fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan «ha sfruttato le strutture patriarcali esistenti per trasformare i ruoli sociali delle donne, la maternità, le identità professionali e la cittadinanza in meccanismi di controllo politico, fino a consolidare un sistema di governance di genere». È la denuncia della ricercatrice Hafsa Girdap, docente associata di Sociologia e Antropologia nella Hofstra University (New York) e portavoce dell’associazione di dissidenti Advocates for Silenced Turkey. Secondo la studiosa, costretta all’esilio negli Stati Uniti dopo il 2016, le conseguenze del fallito coup «hanno intensificato in modo significativo i modelli preesistenti di violenza di genere, discriminazione e oppressione in Turchia». Quello che è avvenuto contro le cittadine turche, ben oltre la detenzione e i procedimenti giudiziari, ha prodotto «una maternità strumentalizzata e una cittadinanza autoritaria, rimodellando la partecipazione delle donne alla vita pubblica, alle relazioni familiari e all’appartenenza politica».
In un lungo articolo, la studiosa ricostruisce come lo stato di emergenza dichiarato dopo il 15 luglio 2016 abbia trasformato un dispositivo temporaneo in un sistema duraturo di governo autoritario. «Attraverso decreti di emergenza, il governo ha attuato licenziamenti di massa, chiusure di istituzioni, procedimenti penali e restrizioni di ampia portata nei confronti della società civile. Sebbene queste misure abbiano interessato ampi segmenti della società turca – rimarca – le loro conseguenze hanno avuto una chiara dimensione di genere». I numeri parlano chiaro: più di 633mila donne sono state sottoposte a indagini, quasi 150mila sono state incarcerate e circa 40.500 sono state licenziate dal servizio pubblico tramite decreti di emergenza. L’affermazione del presidente Recep Tayyip Erdoğan secondo cui «non si possono mettere donne e uomini sullo stesso piano; è contro natura» è diventata emblematica di questo orientamento ideologico. La libertà di movimento è stata limitata tramite la revoca dei passaporti e i divieti di viaggio, e le donne sono diventate spesso bersaglio di punizioni collettive a causa delle presunte affiliazioni politiche dei mariti o dei parenti.
L’analisi della sociologa si muove lungo cinque direzioni. Primo: fin dal 2011 il governo aveva iniziato a ridefinire i diritti delle donne nel quadro della politica familiare. Le organizzazioni femminili indipendenti venivano sempre più emarginate, mentre le narrazioni conservatrici promuovevano le donne principalmente come madri e mogli. Secondo: i decreti di emergenza hanno portato alla chiusura di centri di accoglienza per donne, centri di difesa dei diritti e organizzazioni della società civile. «Le donne che sfidavano le norme di genere tradizionali venivano sempre più dipinte come minacce all’ordine sociale» e per questo in migliaia sono state licenziate dal servizio pubblico senza giusta causa. Terzo: il discorso politico di genere e l’incitamento all’odio hanno ulteriormente legittimato la repressione. Il femminismo è stato sempre più dipinto come un’ideologia «occidentale» e «anti-familiare». Quarto: la repressione ha costretto migliaia di donne all’esilio e molte hanno rischiato la vita attraversando fiumi e mari lungo le rotte dell’immigrazione illegale in cerca di sicurezza. Infine, nel 2021 il clamoroso ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul (il trattato internazionale del 2011, firmato da 45 Paesi e ratificato da 38, sulla prevenzione e sul contrasto alla violenza domestica) ha segnato un significativo passo indietro nelle tutele contro la violenza di genere. Il tasso dei matrimoni infantili al 15 per cento soprattutto nelle zone rurali della Turchia è una diretta conseguenza delle lacune giuridiche. Gli autori di violenza domestica e sessuale hanno beneficiato delle misure di scarcerazione anticipata introdotte durante la pandemia di Covid-19 e le donne continuano a subire un’impunità sistematica in un contesto di tassi crescenti di femminicidio: 297 donne sono state uccise da uomini in Turchia nel 2025 (in Italia sono state 97), ma altre 291 sono morte in circostanze sospette.
La sociologa parla di «morte sociale» per le donne, ovvero «una condizione in cui gli individui rimangono fisicamente in vita pur essendo sistematicamente esclusi da una partecipazione significativa alla vita professionale, sociale e civica», come dimostrano gli arresti eccellenti di chi ha sfidato il potere di Erdoğan. Molti casi di cronaca dimostrano come le donne abbiano subito «la cancellazione delle identità professionali, restrizioni alla mobilità e all’autonomia finanziaria, nonché una stigmatizzazione persistente che ha radicalmente rimodellato il loro senso di appartenenza».
La Turchia, chiosa Girdap, offre un caso di studio su come misoginia e autoritarismo si rafforzino a vicenda. Le donne spesso sopportano il peso maggiore del governo autoritario, non solo in quanto bersagli diretti della repressione politica, ma anche in qualità di capofamiglia, educatrici, professioniste e persone dedite alla cura. La Turchia dimostra come «i regimi autoritari spesso sfruttino le disuguaglianze di genere esistenti per rafforzare il controllo politico, accentuare l’esclusione sociale e istituzionalizzare l’obbedienza». Lo Stato emerge così «non solo come un soggetto passivo che omette di proteggere i diritti, ma, in molti casi, come un produttore attivo di violenza di genere». In tal modo la migrazione stessa subisce una trasformazione: le donne non migrano più principalmente alla ricerca di opportunità, ma in cerca di sicurezza. Con tutto il carico di richiesta di giustizia derivante dalle famiglie separate e dai minori traumatizzati dallo sfollamento forzato.





















