Un rapporto Miftah sugli esiti degli sfollamenti forzati in Cisgiordania
Tra i 40mila palestinesi sfollati dal 2024 dal nord della Cisgiordania le più colpite sono le donne: impoverimento, impatto sulla salute fisica e mentale e accresciuto rischio di abusi sono tra le conseguenze più gravi del trasferimento coatto, rivela un rapporto di una delle maggiori organizzazioni della società civile palestinese.
«Quando vivevamo nel campo non pagavamo né l’affitto né l’elettricità… La casa era nostra e tutto era a portata di mano» racconta B.F., sfollata dal campo profughi di Tulkarem. Un’altra donna, A.A., afferma: «Lo stipendio di mio marito non basta più: il posto in cui viviamo adesso comporta costi molto più elevati rispetto alla vita nel campo… e non c’è abbastanza sostegno». N. Y., un’altra sfollata dal campo di Jenin, spiega: «Avevamo un piccolo negozio di alimentari nel campo… Ora non abbiamo alcun reddito oltre alla nostra pensione».
Sono solo alcune delle voci di donne intervistate nel rapporto L’impatto di genere sullo sfollamento forzato delle famiglie palestinesi dai campi profughi della Cisgiordania settentrionale a cura di Miftah, una delle principali organizzazioni della società civile palestinese.
Secondo le stime, le operazioni militari condotte dal 2024 nel nord della Cisgiordania hanno provocato lo sfollamento forzato di circa 40mila palestinesi, oltre 21mila dei quali provenienti dal campo di Jenin e circa 26mila dai campi di Tulkarem e Nur Shams. Sono stati demoliti, inoltre, più di 639 edifici e strutture. «Queste cifre – rimarca l’indagine – non possono essere separate dal loro impatto sulla struttura sociale ed economica della società palestinese, né dal loro ruolo nell’ambito di una politica sistematica volta a rimodellare la popolazione per servire gli obiettivi coloniali dell’occupazione».
Le testimonianze delle donne sfollate rivelano un crollo della struttura economica delle famiglie. Prima dello sfollamento, la vita all’interno del campo era articolata in un sistema economico a basso costo che garantiva un certo grado di protezione ai gruppi vulnerabili. L’alloggio era gratuito e i servizi di base come l’elettricità e l’acqua venivano forniti a costo zero. Le brevi distanze consentivano alle famiglie di soddisfare le proprie necessità quotidiane senza spese aggiuntive. S.A., una donna sfollata dal campo di Tulkarem, ha spiegato: «Tutto era a portata di mano. Non avevamo bisogno di mezzi di trasporto per raggiungere i negozi di alimentari o le farmacie, mentre ora abbiamo bisogno di un mezzo per spostarci e tutto è più costoso».
A causa dello sfollamento, le famiglie hanno perso i tre pilastri principali della loro stabilità: le case, il contesto economico e la fonte di reddito. L’attività economica all’interno del campo si basava infatti su una struttura sociale e spaziale integrata che consentiva agli uomini di esercitare mestieri, gestire piccole officine, mandare avanti negozi e dedicarsi a lavori stagionali legati al mercato locale. N.A. ha dichiarato: «Mio marito lavorava in un’officina nel campo… Tutte le attrezzature edili sono state lasciate nel campo e sono state distrutte». La perdita degli strumenti di lavoro non rappresenta solo una disoccupazione temporanea, ma il crollo dei sistemi di sostentamento legati al campo e la distruzione di beni essenziali per il lavoro. Ciò, si legge nel rapporto, «costituisce una violazione diretta del diritto alla sussistenza della popolazione protetta e del diritto a non essere sottoposti a privazioni economiche arbitrarie, ai sensi del diritto internazionale umanitario».
Il trasferimento ha anche influito direttamente sulle piccole imprese gestite da casa dalle donne, che avevano fornito un’ulteriore rete di sicurezza economica per le famiglie, garantito alle donne una limitata indipendenza finanziaria e ampliato la loro partecipazione all’economia locale. «La mia produzione e commercio online di dolci son fermi… Tutti gli strumenti e i materiali sono ancora a casa nel campo», ha sottolineato F.A., una donna sfollata da Jenin. Le attività lavorative svolte a domicilio, che si trattasse di laboratori di cucito, vendita di prodotti alimentari o artigianato, erano parte integrante dell’economia locale del campo e rappresentavano spazi che consentivano alle donne di esercitare ruoli sociali ed economici, migliorare le proprie capacità di gestione delle risorse e contribuire a rafforzare la resilienza familiare. La perdita della produttività economica delle donne «le espone al rischio di una povertà aggravata – si legge – poiché le pressioni economiche si moltiplicano e aumenta la loro dipendenza dai guadagni limitati dei mariti o dei figli, oppure da aiuti non sostenibili».
La ricerca condotta su un campione di 300 sfollate (242 delle quali sposate) denuncia come dal 1948 lo sfollamento abbia operato «come strategia a lungo termine per riconfigurare le realtà demografiche e geografiche» dei Territori palestinesi con una logica di sostituzione da parte delle autorità israeliane. Per questo le ripetute ondate di esclusioni dal 2024 anche dai campi di Tubas e Nablus «non possono essere interpretate come misure di sicurezza temporanee o eventi isolati». Rappresentano piuttosto «una fase avanzata di una politica coloniale di esclusione, prolungata e sistematica, volta a svuotare i campi dei loro abitanti e a minarne il significato politico e giuridico in quanto testimonianza vivente della questione dei rifugiati palestinesi e del diritto al ritorno».
I campi profughi al di là dell’interesse umanitario rappresentano «spazi politici che incarnano la questione irrisolta del ritorno». Dunque gli esiti dello sfollamento «che colpiscono in modo sproporzionato le donne» per l’impoverimento economico, per l’impatto sulla salute fisica e mentale e per l’esposizione al rischio di abusi «non sono casuali, ma conseguenze strutturalmente insite nelle politiche espansionistiche di Israele».
Le 56 pagine del rapporto di Miftah si concludono con un appello a moltiplicare le pressioni internazionali su Israele per il rispetto del diritto internazionale.





















