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Su Tiro le bombe che colpiscono la memoria

Terrasanta.net
10 giugno 2026
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Su Tiro le bombe che colpiscono la memoria
L'area archeologica di Al Mina a Tiro, Libano, patrimonio Unesco dal 1984. (foto L. Andronov/iStock)

Da marzo 3.600 persone sono state uccise nell’invasione del Libano, ma Israele non frena gli attacchi contro il sud e l’intera città di Tiro è diventata bersaglio. Anche un progetto archeologico promosso dall’Italia nella zona è messo in pericolo.


Il 9 giugno Israele ha ordinato l’evacuazione di Tiro, la città più grande del Libano meridionale, compreso il quartiere cristiano. I vescovi maronita, melchita e greco-ortodosso, facendo appello ai leader politici di Beirut, hanno ricordato il valore storico e simbolico del centro della città che si affaccia sul Mediterraneo, testimone di tremila anni di storia, chiedendo che non venga distrutto.

Ma il Libano di fatto non è in grado di controllare Hezbollah, il movimento armato sciita che ha subito bocciato l’accordo di tregua siglato dal governo stesso di Beirut con Usa e Israele il 3 giugno, e ha dichiarato di voler continuare il confronto armato.

L’8 giugno almeno quattordici persone sono rimaste uccise in raid aerei israeliani su una quindicina di località nel sud del Libano. Cinque morti e otto feriti – tra cui quattro paramedici della Croce Rossa – nel cuore di Tiro. Due vittime, tra cui un bambino, a Marwanieh. Sette morti a Zifta, nel distretto di Nabatiyeh, tra cui un bambino e una donna siriani. Numeri che si aggiungono a un bilancio già devastante: secondo le autorità libanesi, dall’inizio del conflitto, il 2 marzo, gli attacchi israeliani hanno ucciso più di 3.600 persone.

Ma in questa guerra, a morire non sono soltanto gli esseri umani. Mentre i missili cadono sulle strade e sui palazzi di Tiro, cadono anche sulle pietre che l’hanno preceduta di millenni. Le autorità culturali libanesi hanno denunciato danni gravi al sito Patrimonio dell’umanità dell’Unesco: detriti delle esplosioni hanno danneggiato resti archeologici, colonne, mosaici e altre antiche strutture, mentre l’ufficio amministrativo del sito è stato colpito direttamente. Funzionari libanesi lo hanno descritto come il danno più grave subito dalle aree archeologiche di Tiro dall’inizio del conflitto. Un’altra area, Al-Bass, era stata danneggiata in precedenza. Eppure, l’Unesco aveva concesso a Tiro e ad altri settanta siti libanesi il massimo livello di protezione giuridica provvisoria previsto in caso di ostilità – il cosiddetto blue shield (scudo blu). Le bombe non l’hanno rispettato.

Impegno dell’Italia per le antichità libanesi

La vicenda di Tiro non è un episodio isolato. È il simbolo di una logica di guerra che non distingue tra combattenti e civili, fra strutture militari e patrimonio dell’umanità. È una logica che oggi impone una riflessione urgente a chi lavora in quei territori non con le armi, ma con i pennelli, i teodoliti e i taccuini da campo. Da oltre un decennio, una missione italiana è presente proprio sulla linea del fronte nel sud del Libano. Si chiama Progetto archeologico Kharayeb (Kap) ed è co-diretta da Ida Oggiano, ricercatrice dell’Istituto di Scienze del patrimonio culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) di Roma, e da Wissam Khalil dell’Università Libanese, sotto il patrocinio della Direzione generale delle Antichità del Libano.

Avviato nel 2009, il progetto ha restituito alla conoscenza un territorio ancora poco esplorato: un’area fenicia di grande ricchezza che comprende il santuario di Kharayeb con le sue statuette votive in terracotta, un antico tell che ospitava il porto alla foce del fiume Litani, e un’importante area industriale antica dedicata alla produzione dell’olio. Scavi, ricognizioni territoriali, indagini subacquee del litorale sono stati finanziati dal Cnr, dal ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale e dalla Fondazione Honor Frost.

Poi è arrivata la guerra e tutto si è fermato. Tutte le équipe sono rientrate, come ha spiegato in un’intervista la dottoressa Oggiano spiegando che. oltre alla sua,  ci sono altre cinque missioni italiane nell’area, ma oggi è troppo pericoloso anche per i colleghi libanesi muoversi sul campo. Due missioni archeologiche, a Tiro e a Naqura, sono nella parte meridionale del Paese teatro di guerra tra Israele ed Hezbollah. La Direzione generale delle Antichità del Libano si limita alla segnalazione dei danni, perché effettuare sopralluoghi è diventato un azzardo.

I bombardamenti hanno colpito siti che erano centrali non solo per la ricerca, ma per l’identità stessa delle comunità locali. È stato distrutto il ponte alla foce del fiume Litani, e quasi tutti i collegamenti dell’area. Nonostante lo scudo blu dell’Unesco su Tiro, la protezione internazionale non sta fermando le bombe.

Il paradosso più straziante riguarda i civili: molte famiglie si erano rifugiate nei pressi delle aree archeologiche, convinte che quei luoghi – protetti dalla legge internazionale, lontani da obiettivi militari – fossero più sicuri, ma non è stato così.

Il progetto Kharayeb

La storia del progetto archeologico di Kharayeb è però anche una storia di archeologia pubblica nel senso più pieno del termine. Fin dalla sua nascita, il progetto ha scelto di non chiudersi nella torre d’avorio della ricerca accademica. Le comunità locali – famiglie, operatori del territorio, istituzioni – sono state coinvolte come parte attiva del processo scientifico, in un percorso che restituisce al patrimonio il suo valore di bene condiviso e identitario. Il decennale del progetto, celebrato nel settembre 2023, poco prima che il conflitto si riaccendesse, è stato dedicato alla cittadinanza con una cerimonia partecipata, alla presenza anche dell’ambasciata italiana a Beirut. Un atto di fiducia nel futuro che di nuovo si è fatto incerto.

«Il nostro legame con questo territorio non si interrompe – ha affermato Oggiano –. L’obiettivo è tornare per valutare i danni agli insediamenti, ma la preoccupazione maggiore è per la distruzione del tessuto sociale ed economico. Non sappiamo chi ritroveremo, né quando sarà possibile riabbracciare quelle comunità».

→ Leggi anche: Libano, l’aiuto italiano per salvare il patrimonio storico

A settantadue anni dalla firma della Convenzione dell’Aia sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, il sogno che le pietre potessero essere risparmiate dalla guerra appare oggi più fragile che mai. Dall’inizio del nuovo millennio, i conflitti in Afghanistan, Iraq e Siria hanno cancellato testimonianze di civiltà antichissime. Centri come Palmira, Aleppo, Nimrud, Hatra hanno subito devastazioni. L’Unesco erge i suoi scudi blu e attiva monitoraggi satellitari continui, ma le distruzioni non si fermano. Ora tocca all’Iran, al Libano, a Gaza, a Israele, all’Ucraina essere bersagli di attacchi missilistici.

In questo contesto, il lavoro di archeologi come Ida Oggiano assume un significato che va oltre la ricerca. L’esperienza di Kharayeb mostra che la cultura può essere uno strumento di dialogo e ricostruzione, capace di rafforzare il legame tra passato e presente e alimentare una prospettiva di futuro anche nelle situazioni più disperate. Difendere il patrimonio culturale significa difendere il diritto delle comunità a riconoscersi nella propria storia. (f.p.)

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